E se ora, lontano, un ritratto della generazione 1999-2005

E se ora, lontano mette al centro la voce dei nati tra il 1999 e il 2005 che, per dieci giorni e notti, ripensano il presente

E se ora, lontano nasce come un esperimento cinematografico che fonde documentario e finzione per ascoltare una generazione. Il progetto, ideato e prodotto da Massimo Selis e Belinda Bruni per Phausania Film, ha radunato undici giovani che hanno vissuto insieme per dieci giorni e dieci notti in una pieve dell’Umbria sopra il lago Trasimeno. In questa cornice isolata, la macchina narrativa si apre a racconti personali, dialoghi collettivi e momenti di silenzio che lasciano emergere un ritmo lontano dal flusso mediatico contemporaneo.

Il film non si limita a registrare eventi: costruisce uno spazio in cui la parola dei protagonisti può trasformarsi in azione artistica. La scelta dei partecipanti, i sopralluoghi, e la decisione di intrecciare testimonianze con elementi scenici mostrano una lavorazione attenta. Tra gli elementi che collegano passato e presente c e il manoscritto ottocentesco rinvenuto nella pieve e l’idea di una radio interna come progetto condiviso. Tutto questo contribuisce a delineare una grammatica filmica che alterna ascolto, confronto e immaginazione.

Origine e struttura dell’idea

L’ispirazione iniziale del film viene letta come un aggiornamento del Decameron: un gruppo di giovani lontani dal mondo urbano si racconta per provare a ricreare senso. Selis e Bruni, oltre a essere registi, hanno lavorato come sceneggiatori per realizzare una sceneggiatura-ossatura che dettasse tempi e luoghi senza soffocare la spontaneità dei ragazzi. La scelta di concentrarsi sulla fascia anagrafica 1999-2005 nasce dall’osservazione di voci diverse emerse durante la pandemia; tali voci hanno costretto gli autori a ripensare approcci narrativi per lasciare spazio alla parola diretta.

Il metodo di lavoro con i protagonisti

La costruzione della narrazione è avvenuta con incontri preparatori, riunioni e sopralluoghi nella Pieve San Cristoforo a Pian di Marte. In quelle sessioni sono emersi i temi centrali, mentre alcune idee sono nate sul set per iniziativa dei giovani stessi. Ingaggiare i partecipanti è stato un processo di passaparola tra insegnanti, famiglie e amici: si cercava disponibilità a sospendere la routine per dieci giorni, eterogeneità geografica e personalità differenti. La sceneggiatura si è quindi adattata in corso d’opera, preservando momenti autentici e creando azioni che facilitassero il dialogo.

Il luogo come personaggio

La pieve scelta per le riprese non è un semplice sfondo: è concepita come il dodicesimo protagonista del film. La Pieve San Cristoforo di Pian di Marte, risalente al XII secolo e sconsacrata nel secolo scorso, è stata ristrutturata e trasformata in dimora privata. Le famiglie proprietarie hanno arricchito gli ambienti con oggetti raccolti in viaggi e incontri internazionali, creando una stratificazione storica visibile sullo schermo. Questo intreccio di sacro, profano e memoria materiale amplia il senso delle conversazioni dei giovani, offrendo un contesto che parla di tempo e di geografie.

La scelta dell’Umbria

L’Umbria è stata preferita per la sua posizione e per il legame personale di Belinda Bruni con il territorio. Il paesaggio, la luce e l’architettura hanno fornito un ambiente che favorisce la contemplazione. In termini narrativi la regione consente di lavorare su lontananza e intimità in modo naturale, facilitando un distacco temporaneo dalle abitudini pubbliche che spesso impediscono riflessioni profonde.

Suono, silenzio e colonna sonora

Il film mette al centro la relazione tra parola e silenzio: i dialoghi trovano spazio tra pause abitate da suoni naturali e pezzi musicali scelti con cura. Tra i riferimenti sonori c’è la canzone di Franco BattiatoL’oceano di silenzio“, tratta dall’album Fisiognomica (1988), che viene evocata per il suo valore di ricerca interiore. A questi brani si affianca la colonna sonora originale composta da Fabio Di Viesto e alcune tracce realizzate dagli stessi partecipanti, con l’obiettivo di rendere la musica un linguaggio capace di estendere le parole oltre il loro immediato significato.

Nel montaggio la musica e i rumori d’ambiente fungono da controcanto alle conversazioni, creando un ritmo che alterna compressione ed espansione. L’intento è dare respiro alle riflessioni, permettendo a temi complessi di sedimentare nella mente dello spettatore.

Temi, letture e valore politico della lentezza

Al centro del film c’è la nozione di lontananza come pratica di conoscenza: allontanarsi dal rumore costante per osservare meglio. Questa idea richiama l’osservazione pirandelliana della visione da lontano ed è declinata come strumento per recuperare interiorità e autenticità. Il documentario propone che la lentezza sia più di un’estetica: diventa un atto politico, un modo per opporsi alla cultura dell’immediato in cui tutto transita senza lasciare traccia.

In chiusura, E se ora, lontano è un invito a prestare attenzione: il film sta girando in proiezioni selezionate in Italia e offre allo spettatore la possibilità di ascoltare voci giovanili autentiche, sospese tra memoria e futuro prossimo. Guardarlo significa concedersi il tempo per lasciar sedimentare le idee e riscoprire il valore del silenzio e della parola.

Condividi
Francesca Pellegrini

Francesca Pellegrini ha ottenuto documenti sulla riqualificazione di un quartiere romano dopo una serie di accessi agli atti, sostenendo una linea editoriale orientata all'impatto sociale. Cronista generalista, conserva nel cassetto annotazioni di un vecchio archivio dell'Appia Antica.