Negli ultimi dieci anni il cinema di vendetta ha assistito a una svolta importante: le protagoniste non sono più semplici vittime, ma agenti attive della propria rivalsa. Registe, sceneggiatrici e attrici hanno messo al centro le proprie esperienze, creando narrazioni che coniugano violenza, strategia e riflessione sociale.
Film post-apocalittici e body horror: violenza viscerale e sopravvivenza
Il titolo The Bad Batch (2016), firmato da Ana Lily Amirpour, si apre in un Texas post-apocalittico dove la legge è assente e il deserto è popolato da bande cannibali. Suki Waterhouse interpreta Arlen, una donna amputata che, dopo una fuga rocambolesca, si trasforma in una cacciatrice di vendetta. La narrazione mescola dialoghi surreali, estetica pop e un ritmo lento, culminando in una nemesi sorprendente che sfida le convenzioni del genere.
Coralie Fargeat, con Revenge (2017), riprende un classico dell’exploitation per invertirne la logica. Matilda Lutz è Jen, una donna brutalmente aggressata in Messico; la sua trasformazione fisica diventa metafora di una vendetta sanguinosa e di un body horror che mette in discussione il ruolo della femminilità. Con un budget minimo, la regia chirurgica di Fargeat rende il film un manifesto femminista di pura violenza stilizzata.
Nel 2018, Sarah Daggar-Nickson presenta A Vigilante dove Olivia Wilde, anche produttrice, interpreta Sadie, sopravvissuta a gravissimi abusi domestici.
Il film scarta ogni elemento voyeuristico per concentrarsi sulla formazione di una rete di difesa: Sadie addestra altre donne a combattere i propri carnefici, trasformando la vendetta in un atto di giustizia collettiva.
Vendetta storica e coloniale: la lotta di Clare in Tasmania
The Nightingale (2018), diretto da Jennifer Kent, trasporta la tematica della rivalsa nella Tasmania del 1825, durante la Guerra Nera. Aisling Franciosi interpreta Clare, una giovane irlandese che, dopo l’uccisione della famiglia da parte di un ufficiale britannico, partecipa a una caccia spietata insieme a Baykali Ganambarr, un aborigeno anch’egli segnato dal colonialismo. Kent rifiuta ogni shortcut di genere e presenta una violenza cruda che funge da specchio della oppressione storica, senza mai cadere nella spettacolarizzazione.
Le scene più controverse, come l’uccisione di un neonato, hanno suscitato dibattiti acceso, ma la regia intende mostrare la vendetta non come catarsi liberatoria, bensì come testimonianza della brutalità insita nelle dinamiche coloniali e patriarcali.
Vendetta psicologica e satirica: dalla strategia al palcoscenico politico
Emerald Fennell, laureata a The Crown cambia registro con Promising Young Woman (2020). Carey Mulligan interpreta Cassie, una giovane che, fingendo ubriachezza, induce gli aggressori a rivelare la loro vera natura, per poi colpire con una freddezza calcolata. La vendetta è qui un gioco psicologico, privo di sangue ma ricco di tensione narrativa, e ha valso all’autrice l’Oscar per la miglior sceneggiatura originale.
Infine, Paola Cortellesi porta la rivalsa femminile nella commedia italiana con C’è ancora domani (2023). Il film, girato in bianco e nero nella Roma del 1946, segue Delia, una donna che subisce violenze quotidiane dal marito. Il racconto utilizza quadri musicali per esprimere l’oppressione senza ricorrere a scene esplicite, culminando in una decisione politica che chiude la porta a un futuro predestinato. Un esempio di come la rivalsa possa evolversi in una critica sociale collettiva.
