La richiesta di un'autocertificazione antifascista per partecipare alla fiera del libro Più libri più liberi ha scatenato una vivace discussione politica, con Giorgia Meloni che accusa di censura.
La decisione degli organizzatori di Più libri più liberila fiera nazionale della piccola e media editoria, di introdurre un’obbligatoria autocertificazione antifascista per le case editrici partecipanti ha acceso un acceso dibattito politico. La misura, richiesta per la 25esima edizione in programma a Roma dal 4 all’8 dicembre 2026, ha suscitato critiche da parte della presidente del Consiglio Giorgia Meloniche ha parlato di censura.
In un post su XMeloni ha definito la richiesta di autocertificazione come un tentativo di limitare la libertà di pensiero. “È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire”, ha scritto la premier. Secondo Meloni, questa misura rappresenta una cancellazione delle idee non di sinistracamuffata da lotta antifascista, e ha definito la situazione come una censura incompatibile con qualsiasi società democratica.
La posizione di Meloni ha suscitato reazioni contrastanti. Giuseppe Conteleader del Movimento 5 Stelleha definito la polemica “surreale”, accusando la premier di distogliere l’attenzione da questioni più urgenti come l’inchiesta per corruzione sul Ponte dello Stretto e le riforme fallite. “Meloni va sull’usato sicuro: polemica domenicale sulla fiera del libro e sull’antifascismo”, ha dichiarato Conte.
Dall’altra parte, Roberto Vannaccileader di Futuro Nazionaleha sostenuto Meloni, affermando che “la libertà di espressione non deve essere soggetta ad alcun patentino, sia esso di antifascismo o di altro”. Vannacci ha aggiunto che, in un Paese dove la libertà di espressione è garantita dalla Costituzione, tale libertà non dovrebbe essere condizionata da dichiarazioni specifiche.
L’autocertificazione richiesta agli editori prevede la dichiarazione di rispetto dei valori costituzionaliil ripudio dell’ideologia fascista e di qualsiasi forma di totalitarismo, e l’impegno a non esporre o commercializzare materiali che facciano apologia del fascismo o che incitino all’odio e alla discriminazione. Senza la sottoscrizione di queste clausole, il sistema informatico blocca l’inoltro della candidatura, impedendo l’acquisto degli spazi espositivi.
Gli organizzatori di Più libri più liberi hanno risposto alle critiche affermando che la richiesta di autocertificazione non è una forma di censura, ma un’esigenza di chiarezza e unità tra i diversi attori presenti in fiera. Hanno inoltre annunciato un ulteriore approfondimento della questione per rispetto istituzionale.
La polemica di quest’anno segue le controversie dell’edizione 2026, quando la partecipazione della casa editrice di estrema destra Passaggio al bosco aveva infiammato i dibattiti. Quest’anno, la fiera ha una nuova squadra di curatori e una nuova governance, con l’obiettivo di valorizzare dibattiti ed espositori. Gli organizzatori hanno specificato che sarà la fiera stessa a farsi carico delle valutazioni.
La decisione di introdurre l’autocertificazione antifascista è nata su pressione di una frangia radicalizzata di editori che vorrebbero escludere Passaggio al bosco dopo le polemiche dello scorso anno. Tuttavia, la misura ha suscitato l’opposizione di vari editori e importanti figure del mondo culturale, che l’hanno definita una misura liberticida.
Un altro aspetto rilevante è che Più libri più liberi percepisce fondi pubblici. Questo solleva la questione se sia opportuno che una manifestazione finanziata con risorse pubbliche obblighi gli editori a firmare un documento con una connotazione politica.