La produzione del film, avviata il 3 aprile del 1972, unì interni di Cinecittà a esterni girati a Copenaghen, scegliendo una collocazione geografica che non era imposta dalla sceneggiatura ma rispondeva a logiche produttive dell’epoca. Prodotto dalla Capitolina di Edmondo Amati, il progetto prese forma con soggetto e sceneggiatura firmati da Alessandro Continenza, Giovanni Simonelli e dallo stesso regista, Sergio Pastore.
Tra gli elementi di spicco figura la scelta di un protagonista cieco, un espediente che lo avvicina idealmente ad altri gialli coevi ma che qui viene usato per costruire tensione e idee investigative alternative.
Trama: indizi, simboli e la pista degli scialli
Al centro della vicenda c’è Peter Oliver, interpretato da Anthony Steffen, un compositore di colonne sonore e uomo di mondo che vive con il maggiordomo Umi Raho. La narrazione si apre con una morte misteriosa nella casa di moda dove lavora Isabel Marshall (Paola Whitney): un corpo rinvenuto avvolto da uno scialle giallo.
Il giallo ruota intorno a questo macguffin, a un piccolo monile a forma di occhio e alla presenza ricorrente di un gatto nero che diventa emblema e strumento degli omicidi successivi. Le sequenze nella sartoria e le atmosfere di jet-set si alternano a passaggi notturni in ristoranti e metropolitana, creando un mosaico di indizi in cui la logica del ricatto, l’ossessione sentimentale e il rimorso si intrecciano.
Figure chiave e primi delitti
Nel cast figurano la direttrice della maison, interpretata da Sylva Koscina, la manipolatrice/segretaria Margot e il fascinoso Victor Morgan, ruolo di Giacomo Rossi Stuart. Due nomi collegati via fotografia e ricatti diventano spettatori e vittime: un fotografo viene trovato sgozzato in uno scenario macabro, mentre altre modelle ricevono i medesimi scialli gialli come messaggi minatori. L’atmosfera è quella del giallo all’italiana, fatta di sincronicità, segreti di atelier e un uso reiterato di simboli visivi che orientano l’indagine verso motivi privati anziché politici o sociali.
Il detective cieco e le soluzioni investigative
Il punto di forza narrativo è la figura di Peter che, pur privo della vista, decodifica i segnali sensoriali e converte fragranze, suoni e conversazioni intercettate in piste concrete. In casa sua possiede una moviola e lavora con un montatore, piccolo omaggio al mondo del cinema dentro il cinema. Tra gli stratagemmi che usa, uno decisivo è l’ipotesi sul meccanismo mortale: un gatto impregnato di una sostanza causa, tramite graffi, un collasso cardiaco nelle vittime; Peter lo dimostra cospargendo uno scialle con un repellente e osservando la reazione dell’animale.
Escamotage e piano finale
Per stanare l’autore dei delitti Peter pubblica un annuncio che finge la perdita di un gatto nero: l’espediente attira telefonate decisive ma la comunicazione viene interrotta da una nuova aggressione. Il finale si gioca in tre momenti: una trappola in una vetreria, l’inseguimento che porta al precipitare di un uomo in un pozzo di calce e, soprattutto, il ritorno a casa dove la scena più cruda del film si consuma sotto la doccia della segretaria, massacrata da numerose coltellate. Questa sequenza è rimasta nella memoria collettiva per la sua ferocia visiva, concepita con intenti di shock che al tempo fecero discutere anche la censura.
Produzione, controversie e esiti
Il film ha vissuto da subito una vicenda di produzione e ricezione complessa: si parlarono di regie in ombra e di passaggi di mano, ipotesi che inizialmente attribuirono la paternità a figure diverse da Pastore. Tuttavia la regia è ufficialmente di Sergio Pastore, che qui dispone di mezzi più solidi rispetto ad altri suoi lavori e raggiunge in più punti risultati stilistici sorprendenti. Alcuni inserti, come la ripresa integrale di una scena di nudo per l’estero o la diversa gestione delle sequenze più cruente, testimoniano le scelte operative legate ai mercati internazionali.
Censura e distribuzione
Sul piano amministrativo il film ottenne un vm 14 dalla censura l’8 agosto del 1972, prima di essere proiettato poi il 12 in ppp al Barberini di Roma. Non risultano versioni francesi note; in diversi mercati alcune scene furono rimaneggiate o eliminate. Il ritorno critico è ambivalente: da un lato l’opera è considerata il miglior titolo di Pastore per coerenza di scrittura e intensità visiva, dall’altro è spesso citata per gli aspetti più sensazionalistici che la resero controversa.
Nel bilancio finale il film resta una testimonianza esemplare del giallo italiano di inizio anni Settanta: combinando luoghi inusuali, un protagonista non convenzionale e sequenze estreme, consegna al genere immagini e soluzioni narrative destinate a rimanere oggetto di studio e discussione.