un profilo che ripercorre la vita artistica di George Eastman, le sue scelte professionali e il lascito nel cinema di genere
Nel primo numero stampato di Nocturno, pubblicato in primavera del 1996, compare un’intervista che conserva ancora oggi il valore di un documento. A firmarla fu Massimo Lavagnini e il titolo, ritrovato grazie a Gomarasca, giocava sul paradosso: Bill il taciturno. Quel pezzo restituisce la figura di Luigi Montefiori, noto al grande pubblico come George Eastman, un uomo dalla statura imponente che ha attraversato decenni di cinema popolare italiano.
Questo articolo ripercorre quell’intervista e gli snodi cruciali della carriera di Montefiori: dall’infanzia a Forte dei Marmi (nato il 16 agosto 1942), al trasferimento a Genova per lavorare come grafico pubblicitario, fino alle scelte che lo hanno portato a Roma e a diventare un volto e una penna dell’immaginario cinematografico. In queste righe emergono tanto i retroscena professionali quanto la complessità personale di un artista spesso frainteso.
La metamorfosi di Luigi in George Eastman comincia nel mondo della pubblicità: con uno studio a Genova realizzava manifesti, soprattutto per peplum, e si trovò presto a scegliere tra continuare la pubblicità a Milano o trasferirsi a Roma per dedicarsi alla pittura. A Roma, la frequentazione di ambienti cinematografici lo portò al Centro Sperimentale, dove ottenne una borsa di studio e studiò per quasi due anni. I primi mestieri sul set furono quelli del figurante; il primo compenso citato nell’intervista fu di settantamila lire per una comparsa, cifra significativa per l’epoca.
Il nome d’arte George Eastman non nacque per amore del teatro ma per esigenze pratiche: nel periodo degli spaghetti-western era consuetudine attribuire ai film crediti anglofoni per celarne la provenienza. Fu Serena Canevari a suggerirgli quel nome, e Montefiori alternò anche altri nomi fittizi, come Luis London. Il ricorso al pseudonimo era una pratica commerciale, non un abbraccio identitario.
La carriera di Montefiori non si limitò al set. Negli anni Ottanta gestì a Roma un locale chiamato Il cantuccio, nato con l’idea di diventare un punto d’incontro per artisti. Aveva anche lanciato una gelateria a Miami per due anni. Queste esperienze mostrano la natura eclettica del suo percorso e la sua propensione a mettere alla prova le proprie capacità al di fuori del cinema.
Montefiori si mostrava spesso critico verso il proprio lavoro. Pur essendo attore in numerosi western e avendo partecipato a film come Satyricon (con una breve apparizione come Minotauro) e al western diretto da Lina Wertmüller, confessava di non nutrire una particolare vocazione per la recitazione. Lavorò come attore anche in produzioni come OSS 117 al servizio di sua maestà britannica, dove raccontava di aver simulato uno sparo con la bocca durante una scena: un aneddoto che esprime il carattere pragmatico della sua esperienza sul set.
La transizione verso la scrittura nacque non per passione ma per necessità economiche e sfida personale. Dopo un conflitto con un produttore che gli chiuse temporaneamente le porte come attore, Montefiori decise di vendere storie proprie: in due mesi scrisse la sceneggiatura che Giuliano Gemma apprezzò, poi realizzata da Michele Lupo con il titolo Amico stammi lontano almeno un palmo. In precedenza aveva scritto, senza firmarla, per il western di Enzo Barboni Ciakmull l’uomo della vendetta.
Un capitolo fondamentale della sua traiettoria è il rapporto con Aristide Massaccesi (meglio noto come Joe D’Amato). Con lui Montefiori creò film che hanno segnato l’immaginario del cinema di genere: dalla feroce fisicità di Antropophagus (dove interpretò Klaus Wortman) fino a contributi come Deliria, Keoma e titoli ibridi che mescolavano sesso, violenza e fantascienza. Il sodalizio fu fatto di rapidità produttiva, scelte estreme e aneddoti che sono ormai leggendari tra gli addetti ai lavori.
Montefiori fu spesso protagonista di ruoli che hanno scatenato l’immaginazione popolare: dal seduttore recluso in alcuni episodi di Emanuelle alle apparizioni in film come Le notti erotiche dei morti viventi. Nonostante alcuni lavori fossero criticati dallo stesso autore, le sue sceneggiature e interpretazioni hanno contribuito a formare un’immagine feticcia, indissolubile, che lo ha consacrato nel mito del cinema di genere.
Il personaggio di George Eastman resta complesso: artista pragmatico, a volte disincantato, capace tuttavia di lasciare tracce profonde nel cinema popolare. Il materiale come l’intervista di Nocturno del 1996 serve a ricordare non solo le storie sullo schermo, ma anche la persona che le ha raccontate e costruite, tra ambizione, necessità e ribellione alle etichette.