L’evoluzione del cinema di Spielberg: un percorso di 50 anni

Dai marziani di Incontri ravvicinati alla poesia di Erri De Luca, scopri come Spielberg ha reinventato il concetto di sacro nel cinema

Steven Spielberg ha sempre avuto un rapporto unico con il sacro. Non si tratta di religione o dogmi, ma di un’esperienza più radicale: il momento in cui lo sguardo rinuncia al controllo e accetta di farsi attraversare da ciò che non può spiegare.

Questo concetto è al centro di molti dei suoi film, da Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) a Disclosure Day (2026).

Il sacro come esperienza immanente

Spielberg non racconta mai il meravigliosoma il punto esatto in cui il reale smette di essere addomesticabile. L’incontro con l’ignoto, che sia cosmico, storico o intimo, non è un effetto speciale, ma una frattura percettiva. Questo obbliga i suoi personaggi a spostarsi, a ridimensionarsi, a rinegoziare la propria posizione nel mondo.

I suoi protagonisti sono spesso bambini o anime ossessionate proprio perché possiedono uno sguardo parziale, non ancora strutturato per possedere il mondo.

L’incontro con l’ignoto

In Incontri ravvicinati del terzo tipoquesta soglia è collettiva, quasi pubblica: il contatto con il mistero avviene attraverso una grammatica pre-verbale, una sequenza sonora che sostituisce il linguaggio. L’ignoto non invade, non distrugge, chiama. E l’essere umano, per la prima volta, non reagisce con la difesa ma con la disponibilità.

Con E.T. l’extra-terrestre (1982), quel varco entra in casa. L’alterità diventa fragile, domestica, quasi indifesa. Non viene capita, viene riconosciuta. E nel gesto di proteggerla si apre una forma di conoscenza che non passa dalla mente ma dalla responsabilità.

Il sacro nella tecnologia

Con A.I. – Intelligenza artificiale (2001), Spielberg compie uno scarto radicale e il diverso non piove più dallo spazio, ma si emancipa dalle mani dell’uomo. Eppure, è proprio un simulacro meccanico a custodire l’archetipo del sacro, il legame filiale. Un assoluto che trova un’eco nella poesia di Erri De Luca dedicata alla madre. Ma se nei versi di De Luca la devozione germoglia dalla carne, nel robot David quel vincolo si spoglia della biologia per farsi pura tensione. Senza aver mai abitato un grembo, David incarna un’appartenenza feroce, incapace di negoziare la perdita o di rassegnarsi all’abbandono.

Il sacro e la Storia

Poi il cinema si sporca di Storia e l’innocenza dello sguardo non è più possibile. In Schindler’s List (1993) la visione si fa peso. Guardare significa assumere ciò che è stato rimosso. La lista non è salvezza astratta, ma decisione tardiva che tenta di interrompere la sparizione. Qui la dimensione spirituale coincide con un’etica del vedere, non distogliere. In Salvate il soldato Ryan (1998) e Munich (2005) la domanda si fa più aspra: cosa resta del senso quando ogni scelta avviene dentro la perdita? Non esistono risposte consolatorie, solo traiettorie morali instabili.

Il sacro nel linguaggio

In Lincoln (2012) il centro si sposta ulteriormente e il potere sacrale non è gesto, ma linguaggio. La Storia non si cambia con l’eroismo, ma con la fatica della mediazione. È nello spazio della parola che si gioca una forma di responsabilità che non ha nulla di spettacolare. Con The Fabelmans (2026) il movimento si ritrae completamente. Non c’è più il mondo da attraversare, ma il mondo da guardare mentre si forma. Il cinema diventa autocoscienza per comprendere che ogni immagine è una scelta e ogni scelta una perdita.

Il sacro nell’ascolto

In Disclosure Day (2026) il contatto con l’ignoto non è più solo evento, ma linguaggio che si interrompe. La comunicazione non si compie, si sospende. Il messaggio extraterrestre non chiede interpretazione, ma una resa percettiva differente. Non spiegare, non tradurre, non ridurre. Se in passato l’ignoto andava decodificato, ora chiede di essere accolto come puro mistero. Quando il codice viene decifrato solo in parte e trasmesso al mondo, non arriva una risposta, arriva un comando. Listen. Non è una parola conclusiva, è una direzione. Non chiude il senso, lo apre.

Ed è qui che l’intera filmografia di Spielberg si ricompone senza forzature, non come racconto del mistero, ma come educazione progressiva alla sua accoglienza. È il segno del maestro, la capacità di trasformare cinquant’anni di cinema in un’unica, monumentale scuola dello sguardo.

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