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Il cinema italiano ha visto il peplum affermarsi come genere chiave per la trasmissione di competenze tra diverse generazioni di autori e interpreti.
Nato dalla domanda del pubblico per racconti mitologici e storici, il genere propone figure eroiche in tuniche e sandali e ha funzionato soprattutto come una vera e propria palestra professionale per talenti emergenti.
Contemporaneamente ha offerto un’ultima ribalta a cineasti di lungo corso, favorendo scambi produttivi e sperimentazioni formali.
Contemporaneamente si tessé dietro le quinte una rete di apprendistato tecnico e narrativo, favorita dalle grandi produzioni internazionali a Cinecittà. Tale contesto favorì l’incontro tra maestranze, la sperimentazione stilistica e il trasferimento di pratiche che alimentarono altri generi, in particolare lo spaghetti western e il poliziesco.
I maestri che inaugurarono e nobilitarono il genere
La transizione tecnica e narrativa maturata a Cinecittà trovò interpreti di primo piano nel filone del peplum. Tra questi spicca Pietro Francisci, regista riconosciuto per aver reso il mito cinematografico accessibile a un pubblico ampio.
Francisci firmò titoli di riferimento come Le fatiche di Ercole (1958) e il seguito Ercole e la regina di Lidia (1959), opere che stabilirono un modello di narrazione epica e di spettacolarità visiva. Altri autori veterani, tra cui Carlo Campogalliani, trasferirono l’esperienza accumulata in decenni di cinema popolare con film come Il terrore dei barbari (1959) e Ursus (1961), garantendo continuità tecnica e professionalità al ciclo.
Visione e barocco: la cifra di Vittorio Cottafavi
Dopo la stagione della grande scenografia, alcuni registi trasformarono il peplum in un laboratorio estetico. Vittorio Cottafavi adottò una cifra visiva riconoscibile, fondata su colore intenso e composizioni elaborate. Opere come La vendetta di Ercole (1960) ed Ercole alla conquista di Atlantide (1961) evidenziano un linguaggio più visionario e barocco rispetto ai film del ciclo precedente. La lieve ironia presente in quei titoli contribuì a innalzare materiali popolari a esperienze visive ricercate. Questo approccio influenzò la lettura critica del genere e favorì una maggiore attenzione estetica nelle produzioni successive.
Il contributo dei registi tecnici e la lezione di Riccardo Freda e Mario Bava
In continuità con la maggiore attenzione estetica emersa nel genere, alcuni registi tecnici introdussero soluzioni formali e spettacolari che ne ampliarono le possibilità narrative. Autori come Riccardo Freda introdussero una concretezza visiva e una dinamica scenica che anticiparono forme di epicità più moderne. Opere come I giganti della Tessaglia (1960) e Maciste all’inferno (1962) attestano il suo controllo della materia spettacolare.
Analogamente, Mario Bava applicò competenze tecniche sviluppate nei reparti di fotografia ed effetti a film di genere. Prima di orientarsi stabilmente verso l’horror e il giallo gotico, il regista contribuì con effetti visivi e calibrature di luce a titoli come Ercole al centro della Terra (1961). Tale contributo elevò l’atmosfera e segnò l’estetica del peplum.
Professionisti in chiusura di carriera
Dopo questo contributo, alcuni registi di lunga esperienza utilizzarono il peplum come palcoscenico conclusivo delle proprie carriere. Registi come Mario Bonnard e Piero Pierotti declinarono il mito in chiave spettacolare e, talvolta, più oscura. Tra i titoli citati figurano Gli ultimi giorni di Pompei (1959) e Ercole contro Roma (1964). Questi lavori funsero da epilogo per percorsi professionali iniziati nel cinema muto e proseguiti nel sonoro.
Il peplum come fucina per lo spaghetti western
Continua la transizione dal cinema degli anziani maestri al percorso formativo dei giovani registi. Per alcuni cineasti il filone mitologico rappresentò il banco di prova tecnico e narrativo prima del passaggio al western italiano. Il spaghetti western ereditò dal peplum la grammatica dell’azione, la gestione delle masse e la messa in scena del corpo eroico.
Giovani registi come Sergio Leone e Sergio Corbucci svolsero i loro primi esperimenti in produzioni mitologiche. Leone debuttò alla regia con Il Colosso di Rodi (1961). Corbucci lavorò in titoli come Il figlio di Spartacus (1962). In quegli anni essi acquisirono competenze registiche e produttive che poi rielaborarono nel contesto western.
Le sequenze corali, le soggettive sugli eroi e l’uso espressivo dello spazio scenico furono rielaborate per il genere western. Tale trasposizione contribuì a definire lo stile visivo e ritmico che caratterizzò il cinema popolare italiano degli anni successivi.
La transizione operativa proseguì con la generazione successiva di registi che consolidarono competenze acquisite sul set del peplum. Registi come Duccio Tessari e Enzo G. Castellari sperimentarono tecniche di regia, coreografie di massa e ritmi narrativi che poi trasposero nel western e nel cinema d’azione. Michele Lupo firmò una serie coerente di peplum tra il 1962 e il 1965, sviluppando uno stile destinato a evolversi nel corso degli anni.
Un trasferimento di competenze
La presenza a Cinecittà di grandi produzioni internazionali favorì uno scambio tecnico e creativo. Set monumentali come quelli di Ben-Hur (1959) e Cleopatra (1963) divennero modelli pratici per le produzioni italiane. Le maestranze poterono così sperimentare scenografie, coreografie e pratiche produttive su scala maggiore. Questo trasferimento di competenze accelerò lo sviluppo di nuovi linguaggi cinematografici e contribuì alla definizione dello stile visivo e ritmico del cinema popolare italiano degli anni successivi.
Eredità del peplum
Il peplum non fu soltanto un capitolo di costume nel cinema italiano. Fu un crocevia in cui veterani e giovani autori si incontrarono. Divenne uno spazio di apprendistato tecnico e narrativo. Le competenze maturate sui set influenzarono la stagione successiva, dallo spaghetti western al cinema d’azione nazionale. Nell’insieme, contribuì a definire lo stile visivo e il ritmo del cinema popolare italiano degli anni successivi, tracciando linee di continuità nei linguaggi e nelle pratiche produttive.