Due film apparentemente lontani per epoca e provenienza condividono però un dispositivo narrativo e una preoccupazione morale: la ricerca della verità in un processo segnato dalla soggettività dei ricordi. Da un lato c’è l’opera seminale di Akira Kurosawa che ha imposto al cinema mondiale il modello della narrazione a prospettive multiple; dall’altro, il film di Ridley Scott che prende spunto da una vicenda storica e la reinventa per mettere in scena tensioni sociali e di genere.
In entrambi i casi, il racconto non offre risposte facili ma costringe lo spettatore a confrontarsi con le contraddizioni della testimonianza e con le gerarchie che determinano chi può essere ascoltato.
Il confronto diventa ancora più interessante se si considera il contesto produttivo e la ricezione pubblica: mentre il film di Scott, nonostante un cast di richiamo, non ha incontrato il favore commerciale del grande pubblico — incassando poco più di 30 milioni di dollari a livello mondiale secondo Box Office Mojo — il modello narrativo originato da Kurosawa è diventato un archetipo riproposto in molte forme.
Questo non toglie valore artistico all’uno o all’altro: piuttosto, evidenzia come il modo in cui viene raccontata una vicenda influenzi la sua interpretazione morale e sociale.
Origini e struttura: testi di partenza e scelte formali
Entrambi i film derivano da materiali precedenti: Rashomon prende spunto da racconti di Ryūnosuke Akutagawa e da una sensibilità narrativa che privilegia l’astrazione mitica, mentre il lavoro di Scott si basa sul saggio storico di Eric Jager, che documenta un processo realmente avvenuto nel XIV secolo.
Questa differenza di origine si riflette nelle scelte formali: Kurosawa costruisce un racconto essenziale, pochi luoghi e personaggi archetipici, che pone l’accento sulla molteplicità dei punti di vista come questione universale. Scott, al contrario, inserisce dettagli storici, motivazioni psicologiche e contesto sociale per restituire una versione più precisa e localizzata della vicenda.
Economia narrativa vs. specificità storica
La forza di Rashomon sta in un dispositivo che astrae il conflitto in simboli: il samurai, la moglie, il bandito diventano figure emblematiche (e il racconto procede per livelli di testimonianza). In Scott, la messa in scena è più dettagliata, quasi documentaria: la ricostruzione del diritto medievale, le dinamiche di corte e i segni della stratificazione sociale sono messi in evidenza per sottolineare che la disputa non è solo personale ma istituzionale. L’uso di capitoli e titoli espliciti in The Last Duel indica fin dall’inizio una volontà di differenziare le testimonianze, rendendo il meccanismo narrativo più trasparente ma anche più politicizzato.
Verità, potere e il trattamento della violenza
Entrambe le opere interrogano la relazione tra verità e autorità: chi ha il potere di stabilire quale versione conti? In contesti patriarcali, la voce della vittima viene spesso marginalizzata o letta attraverso categorie di proprietà e onore. Il racconto kurosawiano lascia la verità in una zona d’ombra, evidenziando come tutti i personaggi educhino la memoria per preservare una propria immagine. Scott invece, pur mantenendo ambiguità, spinge verso una forma di riconoscimento del trauma: il capitolo attribuito alla donna è semplicemente intitolato “La verità“, un gesto narrativo che ridefinisce lo spazio della testimonianza femminile dentro un processo che la vorrebbe muta.
Il ruolo del processo e della combattività
In entrambe le storie il tribunale e il rito (nel caso storico, il duello) diventano strumenti che rivelano più la società che l’accaduto. La pratica del processo per mano maschile o attraverso la prova del combattimento mette in luce come la giustizia venga mediata da simboli di potere. Scott offre allo spettatore una scena di duello che funziona come catarsi visiva e come commento critico sulla spettacolarizzazione della giustizia; Kurosawa, invece, evita una risoluzione euristica e preferisce mostrare come anche le figure vittime possano essere complici di una narrazione più grande.
Perché il confronto rimane rilevante
Mettere fianco a fianco Rashomon e The Last Duel significa leggere due risposte al problema di come il cinema può rappresentare la soggettività e la memoria. Il primo film eredita una poetica del dubbio universale; il secondo trasforma il dubbio in strumento di denuncia, segnalando l’ineguaglianza delle voci nella sfera pubblica. Entrambi però ci ricordano che il racconto cinematografico non è neutro: scegliere una prospettiva significa interpretare il potere, decidere chi è credibile e decidere che cosa della storia diventa visibile.
In definitiva, il dialogo tra le due opere è utile per chi studia la rappresentazione della giustizia, della memoria e della violenza sullo schermo: due approcci diversi che convergono nella stessa domanda etica: come narreremo la verità quando la verità stessa è frammentata?