Questo articolo racconta il cammino artistico di Rebecca Di Mauro, mettendo in luce le tappe principali che l’hanno formata come attrice: dall’educazione musicale al rapporto con il set, fino all’interpretazione che la mette al centro di Frammenti.
L’intento è offrire una panoramica fedele ma riformulata del suo percorso, con attenzione agli elementi tecnici e alle scelte interpretative.
Radici artistiche e primi approcci
Rebecca cresce in una famiglia in cui l’arte vocale e teatrale è parte integrante della quotidianità: sua madre, formata nel dubbing a Bologna e con esperienze in teatro e conservatorio, la guida nei primi anni. La formazione musicale di Rebecca comprende violino, pianoforte e canto lirico, studi che non solo consolidano la sua tecnica vocale ma diventano uno strumento fondamentale per il lavoro attoriale.
In questo senso il canto è descritto come un vero e proprio strumento, utile a modellare l’uso del respiro, del diaframma e delle risonanze per sostenere le performance più estreme.
Dalla performance domestica al desiderio di palco
Fin da bambina viene incoraggiata a esibirsi in famiglia: letture, monologhi adattati e recite scolastiche la rendono consapevole della propria presenza scenica. Pur avendo inizialmente desiderato una carriera pop per l’amore verso artisti come Michael Jackson, Rebecca coltiva parallelamente il teatro giovanile e fonda una compagnia dove scrive e mette in scena le proprie idee, sviluppando anche capacità di scrittura scenica e di messa in scena.
Dal corto al set: prime esperienze significative
L’incontro decisivo con il mondo cinematografico avviene quasi per caso grazie a figure come Damiano Giacomelli e Stefania De Santis di Officine Mattoli. Il cortometraggio di Marco Bellocchio, Pagliacci (presente a Venezia nel 2016), segna il primo vero approccio professionale al set. Da lì in avanti succedono diverse esperienze in corti che consolidano la sua presenza: lavori in piano sequenza come Duende di Alberto Maroni e titoli che hanno ottenuto riconoscimenti festivalieri.
Spera Teresa e il riconoscimento al Torino Film Festival
Tra i corti più significativi c’è Spera Teresa, diretto da Damiano Giacomelli, con cui arriva il primo grande riconoscimento: la vittoria nella sezione corti del Torino film festival. Il progetto, un mockumentary grottesco, mette Rebecca nei panni di una cantante su sedia a rotelle e viene girato in un contesto post-sismico nelle Marche, dove il contrasto tra macerie e aspirazioni personali diventa cuore narrativo del film.
Ruoli complessi, serie e lavori recenti
Negli anni successivi Rebecca partecipa ad altri progetti intensi: Figlie delle stelle (2026) di Edoardo Smerilli, con Ivano Marescotti, è un lavoro drammatico e fisicamente impegnativo che le vale riconoscimenti per la recitazione. Parallelamente affianca esperienze televisive e web, come la serie YouTube Non voglio mica la luna, un progetto che la vede protagonista in un racconto radicato nel territorio marchigiano.
L’affermazione in Frammenti
Il ruolo di Vittoria in Frammenti rappresenta una tappa cruciale: un personaggio di grande determinazione, freddo e scarno nei toni vocali, che Rebecca costruisce studiando la gestualità e il rigore interiore della figura. Per incarnare Vittoria l’attrice ha lavorato su una discesa emotiva controllata, calibrando voce e postura fino a creare un’impressione marmorea, lontana dalla sua naturale morbidezza.
Metodo, maestri e collaborazioni
Rebecca sottolinea l’importanza dell’ascolto come pratica fondamentale per l’attore: osservare, interiorizzare, rielaborare il mondo esterno per poi restituirlo in scena. Tra i registi e i colleghi citati emergono nomi come Bianca Marcelli, che viene descritta come una regista dal linguaggio chiaro e determinato, e Riccardo De Rinaldis, esempio di disciplina sul set. Inoltre l’esperienza in progetti diretti da figure come Ricky Tognazzi e Simona Izzo le ha dato diversi stimoli tecnici e di tono.
Voce e formazione continua
Un tema ricorrente nella sua riflessione è la centralità della voce: il canto non è solo background ma strumento attivo per gestire ripetizioni, sequenze lunghe e passaggi intensi, come un piano sequenza in cui la resistenza vocale è cruciale. Rebecca continua a studiare canto per mantenere viva la pratica e affinare gli strumenti espressivi.
Infine, il legame con le Marche resta un elemento identitario: girare nella propria regione significa lavorare in luoghi familiari, trovare supporto e calore umano e potersi sentire protetti, condizioni che agevolano una recitazione più libera. Tra i progetti in uscita si citano ruoli minori in film come I colori della Tempesta e Miopia, a testimonianza di un percorso in continua evoluzione.