Nel dibattito sul cattivo gusto cinematografico è utile recuperare una distinzione spesso dimenticata: quella tra l’eccesso inteso come artificio spettacolare e l’eccesso trasformato in una sorta di pronuncia metafisica. Il film in questione, Suicide Club di Sion Sono, si colloca proprio nello spazio in cui questa differenza diventa decisiva per il giudizio critico.
Non si tratta di rifiutare automaticamente immagini forti o scelte estreme; piuttosto si tratta di capire quando la scelta estetica si limita a scuotere lo spettatore e quando invece pretende di aver individuato una verità universale sulla società.
La pellicola mostra sequenze che mettono a disagio per intensità e compostezza visiva: giovani che si tolgono la vita con una freddezza quasi rituale, esplosioni sanguigne riprese con gusto iconoclasta. Questo repertorio di violenza rientra in una genealogia che attraversa il cinema giapponese contemporaneo e classico, e che può avere funzioni diverse: dalla celebrazione del grottesco alla ricerca di un’estasi percettiva.
In alcuni momenti emergono addirittura tratti di comicità involontaria, dovuti alla trasformazione della brutalità in astrazione coreografica.
Il dilemma dell’eccesso: spettacolo o pretesa morale
È utile separare le funzioni dell’eccesso per evitare confusione critica. L’eccesso come macchina spettacolare agisce spesso come una valvola: libera tensioni, provoca il riso nervoso o l’orrore calibrato, e può essere un dispositivo estetico legittimo per il cinema di genere. L’eccesso come diagnosi culturale, invece, afferma che attraverso quelle immagini si è raggiunta una comprensione della realtà sociale.
Quando un film passa dall’atto sensoriale alla pretesa di spiegare il mondo con la stessa grammatica dell’immagine, si instaura una tensione problematica: la retorica visiva non sempre basta a fondare una tesi culturale credibile.
Radici nella tradizione e nel pop
La lingua visiva di Suicide Club riconduce a una linea che va da Seijun Suzuki fino alle deformazioni pop più estreme del Giappone contemporaneo. In questo filone il grottesco e l’eccentricità non cercano la verosimiglianza ma l’intensificazione sensoriale, e talvolta riescono a generare un sorprendente effetto liberatorio. Il film di Sono alimenta questa tradizione: alcune sequenze funzionano come corpi coreografici di eccesso, quasi a voler celebrare l’immagine come esperienza immediata. Tuttavia, quella stessa cifra stilistica può rivelarsi ambigua quando si vorrebbe trasformarla in argomentazione sociale.
Quando la forma pretende di essere contenuto
Il problema vero di Sion Sono è la tendenza a sollevare le immagini a prova di tesi. Il film aspira a raccontare l’alienazione giovanile, il disfacimento dei legami comunitari e il vuoto spirituale del paese, ma lo fa attraverso simboli spesso banali: il pop come macchina di annientamento affettivo, la connessione collettiva descritta come un contagio suicidario, e slogan ripetuti come se la reiterazione fosse sinonimo di profondità. L’ossessiva domanda «Are you connected to yourself?» diventa emblematico esempio di una strategia che preferisce la ripetizione alla persuasione argomentativa.
La retorica del nichilismo
Si avverte una compiacenza del nichilismo che finisce per essere autoconfermata: l’opera si presenta come denuncia ma spesso assume i tratti di un abbandono estetico al vuoto che pretende di criticare. La struttura narrativa, che vorrebbe suggerire una cospirazione diffusa come un virus sociale, slitta verso una serie di provocazioni grafiche collegate più dall’urto che da un filo interpretativo coerente. In questo modo il film sostituisce la persuasione con la saturazione nervosa, contando sull’effetto d’urto piuttosto che su un ragionamento che regga alla riflessione post-visione.
Un bilancio critico: energia e limiti
Non sarebbe corretto liquidare Suicide Club come mero exploitation privo di valore. In Sion Sono esiste una genuina carica visionaria e una capacità febbrile di costruire immagini disturbanti, che testimoniano una sensibilità estetica potente. Il difetto sta nell’uso di questa energia: quando la nevrosi diventa paradigma e l’eccentricità sostituisce l’argomentazione, l’opera perde la possibilità di elaborare una critica convincente. Alla fine il film finisce per replicare i meccanismi che intendeva contestare: frammentazione, compulsione spettacolare e incapacità di distinguere in modo chiaro tra provocazione e pensiero.