AI e film: Nightborne di Blomkamp contro Odysseus di Koosha

Il confronto tra Nightborne e Odysseus mostra come l'intelligenza artificiale possa essere una semplice risorsa o il cuore di una produzione, cambiando radicalmente la narrazione cinematografica.

L’uso dell’intelligenza artificiale nella produzione audiovisiva ha superato la fase di curiosità tecnica per entrare nella discussione artistica. Mentre alcuni temono una saturazione di immagini prive di anima, altri vedono un nuovo pennello a disposizione dei registi. Il dibattito odierno non riguarda più se l’IA sia pronta, ma come la sua integrazione possa rimodellare il linguaggio cinematografico e quando diventerà una pratica standard.

Nightborne di Neill Blomkamp: un esperimento guidato dall’autore

Nel cortometraggio di 13 minuti intitolato Nightborne presentato a metà di luglio, il regista sudafricano Neill Blomkamp ha dimostrato che l’IA può servire da potenziamento creativo anziché da sostituto. Utilizzando il modello Seedance 2.0 Blomkamp ha partito da concept art realizzate da artisti umani, ha coinvolto 32 attori reali assicurandosi i diritti su volti e voci, e ha integrato gli elementi generati dall’algoritmo con una regia tradizionale.

Tecnologie impiegate: Seedance 2.0 e workflow ibrido

Il segreto di Nightborne risiede nella combinazione di prompt accurati e supervisioni manuali: le scene di body-horror sfruttano l’effetto “Uncanny Valley” per creare disagio, ma la gestione della luce, del ritmo e del montaggio rimane decisamente umana. Le poche imperfezioni tecniche sono state accettate come parte della scelta stilistica, dimostrando che un controllo rigoroso può trasformare l’IA in uno strumento estetico.

Odysseus: The Fall di Ash Koosha: l’ambizione della lunghezza

All’opposto troviamo Odysseus: The Fall un progetto di Studio Fountain 0 guidato da Ash Koosha. Rilasciato anch’esso a metà di luglio, il film di 135 minuti è stato realizzato interamente con algoritmi di generazione video, senza l’uso di attori umani né di concept art tradizionali. L’obiettivo era produrre un lungometraggio generato da IA a tutti gli effetti, sfruttando l’interesse suscitato dal prossimo adattamento odierno di Omero.

Il risultato, tuttavia, espone i limiti attuali della creazione automatica non supervisionata. I volti cambiano forma da una inquadratura all’altra, le inquadrature risultano piatte e statiche, e i dialoghi, pur avendo uno script umano, suonano poco credibili. La mancanza di raccordi di sguardo e di una grammatica visiva coerente rende la visione di Odysseus più una prova di concetto che un’esperienza cinematografica completa.

Confronto finale: controllo umano vs generazione automatica

La differenza sostanziale tra i due lavori risiede nella quantità di intervento umano. Nightborne si basa su un workflow ibrido: i prompt sono guidati, le scene sono pensate da registi e artisti, e le performance sono fornite da attori reali. Odysseus al contrario, spalanca le porte a una produzione completamente automatizzata, puntando sulla quantità di contenuto generato a discapito della coerenza narrativa.

Questa contrapposizione evidenzia che, almeno per ora, la qualità rimane legata all’«uomo dietro la macchina». Quando l’IA viene usata come supporto creativo, come dimostra Blomkamp, il risultato può essere un prodotto visivamente coinvolgente e narrativamente solido. Quando, invece, la si lascia operare senza supervisione, il risultato rischia di affogare nello “slop” generativo, come accade in Odysseus.

Le discussioni etiche sul ruolo dell’IA nel cinema continuano: alcuni registi, tra cui Guillermo del Toro, hanno espresso scetticismo, mentre altri come Christopher Nolan hanno mostrato curiosità per le potenzialità. In ogni caso, la sperimentazione di Blomkamp e Koosha rappresenta due punti di riferimento per capire dove il cinema generativo potrà evolversi nei prossimi anni.

Scritto da Chiara Lombardi

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