Valentina Lamorgese ha appena concluso le riprese di Circe, un cortometraggio indipendente girato interamente nell'Agro Pontino in quattro giorni che rilegge la figura mitologica di Circe in chiave contemporanea.
Le riprese del cortometraggio Circe scritto e diretto da Valentina Lamorgese si sono concluse da pochi giorni. Il progetto, realizzato in modo indipendente e sostenuto da un crowdfunding è stato girato interamente nell’Agro Pontino nell’arco di quattro giorni. L’idea è quella di riportare in primo piano la figura della maga del mito, mettendone in luce aspetti di trasformazione e vulnerabilità all’interno di un contesto visivo e territoriale contemporaneo.
La regista racconta di un legame personale con il territorio: sebbene viva a Roma la sua famiglia è di Latina e lei è cresciuta osservando il Circeo che l’ha portata a interrogarsi sulla presenza mitologica della maga. L’approccio non è un adattamento diretto del romanzo di Madeline Miller letto nel 2026 durante il periodo del lockdown, ma quel libro ha rappresentato una scintilla: “No, non c’è un collegamento immediato tra la mia sceneggiatura e il libro.”, dice la regista, sottolineando che la lettura ha fornito risposte narrative e suggestioni utili per costruire la propria versione.
La decisione di ambientare tutto nell’Agro Pontino tiene insieme radici personali e ragioni estetiche. Il territorio, bonificato ma con residui di palude e una vegetazione particolare, offre un paesaggio che la regista definisce al tempo stesso accogliente e inquietante. Alcune scene sono state girate a Bassiano in particolare gli interni legati all’allevamento dei maiali: una scelta narrativa coerente con il richiamo omerico agli uomini che diventano porci nella leggenda di Ulisse e con una tradizione locale legata alla produzione di prosciutti.
Per costruire l’atmosfera del corto, Lamorgese ha guardato a esempi di autori contemporanei: cita l’affinità con Dogman di Matteo Garrone per la resa di luoghi ambivalenti e la tensione sociale, e la suggestione de The Lobster di Lanthimos per il tema della trasformazione animale come metafora. Anche le esperienze di registi che hanno già lavorato in quella zona, come i Fratelli D’Innocenzo hanno rappresentato un riferimento condiviso sul valore dei luoghi come personaggi.
Nel corto la natura è pensata come doppio registro: può essere rifugio più autentico degli esseri umani ma anche forza distruttrice. Per questo motivo la regista ha inserito simbolismi legati alla rinascita e alla morte, lasciando molte domande aperte allo spettatore sul confine tra magia e realtà.
Due sequenze erano limpide nella scrittura fin dall’inizio: la scena con i porci e una cena centrale. Per la prima è stato necessario trovare un allevamento che consentisse un contatto diretto con gli animali; la troupe ha stabilito un rapporto umano con i maiali, allevati in semilibertà da una proprietaria che si è appassionata al progetto. Dal punto di vista narrativo, Lamorgese evita la trasformazione letterale: il corto lascia allo spettatore la possibilità di interpretare se Circe abbia un potere magico oppure se si tratti di una disposizione simbolica degli uomini in gabbia.
La produzione ha adattato alcuni dettagli della sceneggiatura alle condizioni reali trovate in loco, ma ha mantenuto la sostanza delle sequenze concepite. La volontà della regista era mostrare il contatto diretto, senza rendere esplicita ogni risposta: “Cosa succede davvero? Lei li uccide oppure no? Non deve essere chiaro,” afferma, ribadendo l’intento di lasciare spazio all’interpretazione.
Nonostante la natura indipendente del progetto e il budget limitato, il corto ha coinvolto attori notati per la loro qualità: tra questi Mirko Frezza nel ruolo del padre, scelto grazie a un contatto informale partito da Instagram, e altri interpreti locali pensati fin dalla fase di scrittura. La Garden film di Lorenzo Borghini ha prodotto il film, contribuendo alla realizzazione concreta. Lamorgese spera che l’esperienza del corto possa in futuro evolversi in un progetto più ampio, pur mantenendo l’impronta autonoma che caratterizza il lavoro.
Il risultato è un’opera che mescola mito e territorio in modo intenzionale: una reinterpretazione contemporanea di Circe che prende slancio dal legame con il Circeo la memoria familiare tra Latina e Roma e l’eco di narrazioni moderne lette durante il 2026. Il corto sarà oggetto di ulteriori sviluppi e verrà mostrato al pubblico non appena conclusa la post-produzione e la campagna di diffusione sostenuta via crowdfunding.