Un viaggio nel cinema di Lucio Fulci attraverso set, polemiche e l'idea di zombi come ibrido culturale
Lucio Fulci è spesso ricordato per la violenza visiva e per le atmosfere oniriche che hanno segnato il cinema horror italiano. Dietro quelle immagini ci sono scelte produttive, incontri fortuiti e dichiarazioni che alimentarono dibattiti pubblici: dalla genesi di Zombi fino ai lavori che molti definiscono ormai cult. In questo pezzo ripercorriamo come si sono formate alcune delle sue idee centrali e quali tensioni creative hanno accompagnato i suoi film.
Le collaborazioni con produttori come Fabrizio De Angelis e la fiducia concessa a troupe stabili hanno permesso a Fulci di sperimentare linguaggi che rifiutavano la trama tradizionale a favore di visioni e incubi. Allo stesso tempo, non mancarono polemiche: rivendicazioni sull’origine degli zombi, confronti con altri autori e il racconto di contratti e compensi che spesso lasciavano l’autore in secondo piano rispetto al successo internazionale.
Il passaggio che portò Fulci a dirigere il film noto come Zombi fu più casuale che programmato: produttori che cercavano una soluzione rapida chiesero aiuto esterno e, grazie a intermediari capaci, si arrivò a un accordo che prevedeva budget contenuti ma percentuali sugli incassi. Fulci stesso contestò pubblicamente certe asserzioni su paternità creative, sostenendo che lo zombi cinematografico affondasse le radici nella tradizione haitiana e cubana molto prima dei riferimenti attribuiti ad altri registi. Questa posizione sottolineava la sua idea che il mostro fosse un elemento culturale, non un marchio esclusivo.
La disputa verbale con alcuni colleghi servì a Fulci per ricollocare il tema degli zombi in un contesto storico e antropologico: per lui lo zombi nasce dall’incrocio tra pratiche di voodoo e simboli del cattolicesimo, un ibrido culturale che genera immagini inquietanti sullo schermo. Questa lettura spostava il discorso dall’horror come puro intrattenimento a un terreno di suggestioni religiose e popolari.
Con L’aldilà Fulci approfondì un linguaggio che si mette deliberatamente al di fuori delle convenzioni narrative: anziché una trama lineare, il film propone sequenze sensoriali, visioni che vogliono evocare un inferno personale. Lavorando con la stessa squadra tecnica di opere precedenti, l’autore costruì un mondo immobile in cui ogni orizzonte sembra identico, un paesaggio che risponde più all’angoscia interiore che alla causa-effetto della narrazione tradizionale.
Fulci rifletteva spesso sul paradosso del paradiso come inconoscibile: per lui l’immaginazione si alimenta meglio nella pressione dei terrori, in una realtà in cui l’inferno sociale e individuale è più accessibile. Questo approccio lo avvicinava, in termini di ricerca estetica, ad altri registi che studiarono Artaud, ma Fulci sottolineava sempre la differenza di ambientazione: il suo orizzonte era caldo, quasi caraibico, e non nordico o lovecraftiano.
Nei film come Quella villa accanto al cimitero e Lo squartatore di New York emergono due temi ricorrenti: l’infanzia e il mostro che si nutre della carne umana. Il personaggio noto come Freudstein, con il pianto simile a quello di un neonato, sfrutta l’errore degli adulti per insinuarsi nella loro routine; la cifra narrativa gioca su questa confusione percettiva. Allo stesso tempo, film estremi e violentemente immaginifici vengono da Fulci letti più come prodotti di una tensione spirituale che di un realismo sociologico.
Nel racconto dello Squartatore c’è la convinzione che l’atto violento nasca da una motivazione simbolica: la società che premia il successo può generare atti disperati e grotteschi, e ogni personaggio è portato agli estremi della propria condizione. Questa lettura spiega l’intensità visiva e psicologica che caratterizza molte delle sue opere.
Negli ultimi incarichi con la stessa produzione, Fulci raccontò di contratti ripetuti che tuttavia non lo retribuirono secondo il successo raggiunto all’estero; eventi produttivi che portarono a film realizzati in poco tempo, come Manhattan Baby, in cui sequenze memoriabili convivono con limiti evidenti. La scena degli uccelli, con pennuti imbalsamati, resta un esempio della sua capacità di trasformare un’idea semplice in un’immagine inquietante. Alla fine, Fulci ammetteva con amarezza e ironia di sentirsi, in qualche modo, lui stesso uno zombi, parte di quel mondo che aveva aiutato a plasmare.