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Film La città dei vivi: da libro indagine a dramma umano

Il film porta in sala la storia di Luca, mettendo al centro la sua vita anziché il delitto.

Il 1 ottobre 2026 il pubblico italiano avrà la possibilità di vedere sul grande schermo La città dei vivi opera diretta da Edoardo Gabbriellini e basata sull’omonimo libro di Nicola Lagioia. La pellicola, presentata in concorso nella sezione Orizzonti alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, non è semplicemente una ricostruzione del caso di Luca Varani ma un percorso che invita a riflettere sulla società romana contemporanea e sui meccanismi di responsabilità che si celano dietro gli eventi più drammatici.

Prima di entrare nei dettagli della sceneggiatura, è utile ricordare le radici letterarie dell’opera, che hanno gettato le basi di questa trasposizione cinematografica.

Il romanzo di Nicola Lagioia: un’indagine sul male

Pubblicato da Einaudi nel 2020, La città dei vivi nasce da quattro anni di ricerca intensiva dell’autore, che ha seguito il processo, esaminato atti giudiziari e intervistato numerosi testimoni per ricostruire la vicenda di marzo 2016. Lagioia non si limita a descrivere la sequenza fattuale dell’omicidio, ma amplia lo sguardo verso le dinamiche familiari, le disuguaglianze urbane e le contraddizioni di una Roma che appare al tempo stesso vivibile e oppressiva.

Il testo si inscrive nella tradizione della letteratura del vero richiamando autori come Carlo Levi e Leonardo Sciascia, e utilizza il caso di Varani come lente per esaminare temi di responsabilità e colpa collettiva.

Roma, quasi un personaggio a sé

Nel libro la capitale è più di uno sfondo: è una presenza palpabile che influenza le scelte dei protagonisti. Tra periferie degradate e centri pulsanti, la città offre opportunità e trappole, alimentando una tensione permanente tra speranza e disperazione.

Lagioia descrive questa dualità attraverso i percorsi di giovani che lottano per un futuro incerto, evidenziando come fattori economici e culturali possano condurre a situazioni di violenza estrema.

La visione di Edoardo Gabbriellini: spostare il fuoco dalla cronaca al soggetto

Gabbriellini ha scelto di non trasformare il libro in una trasposizione lineare, ma di utilizzare il fatto reale soltanto come punto di partenza narrativo. Insieme ai fratelli D’Innocenzo, ha scritto una sceneggiatura che, gradualmente, sposta l’attenzione dal delitto agli aspetti più intimi della vita di Luca. Il regista ha dichiarato di voler restituire a Varani la dignità di una persona, non di un numero nelle statistiche della cronaca nera. Così, la violenza non è più il sole attorno al quale ruota tutta la narrazione, ma un evento che interrompe bruscamente un percorso di normalità.

Scelta stilistica e linguistica

La fotografia di Amine Messadi privilegia inquadrature contenute, evitando effetti scenografici gratuiti. La regia opta per una narrazione pudica dove il dettaglio quotidiano – una colazione sul balcone, un viaggio in tram sulla Via del Corso – diventa veicolo di empatia. L’uso di flashback è limitato, a vantaggio di una costruzione lineare che mostra Luca al di fuori del contesto criminale, evidenziando la sua routine, le relazioni familiari e i sogni ancora non realizzati.

Luca Varani sul grande schermo: chi era e cosa rappresenta

Nel film, interpretato da Emanuele Maria Di Stefano, Luca è un ventitreenne adottato da una coppia di Roma popolare. Lavora nella piccola bottega del padre, frequenta una scuola serale per conseguire il diploma e coltiva una relazione con Marta Gaia, interpretata da Gaia Merlonghi. La pellicola dipinge la sua esistenza come una serie di scelte quotidiane: la ricerca di un lavoro stabile, le serate trascorse con gli amici nei bar di periferia e le tensioni legate al mondo dei giochi d’azzardo. Questa descrizione puntuale permette allo spettatore di riconoscere Luca non come una vittima, ma come un giovane con aspirazioni, timori e legami emotivi concreti.

Il momento della rottura

Il crescendo narrativo raggiunge il suo picco nella notte del 4 marzo 2016, quando Luca incrocia gli aggressori per caso. Gabbriellini tratta la scena con sobrietà: il conflitto è suggerito più che mostrato, lasciando spazio all’immaginazione dello spettatore. In questo modo, la violenza non diventa uno spettacolo sensazionalistico, ma un’interruzione improvvisa di una vita altrimenti ordinaria, rafforzando il messaggio che dietro ogni cronaca nera vi è una persona con una storia complessa.

Accoglienza critica e percorso di distribuzione

Distribuito da Eagle Pictures, La città dei vivi è stato introdotto nelle sale italiane il 1 ottobre, accompagnato da una serie di proiezioni speciali e incontri didattici per studenti universitari. La critica ha evidenziato la capacità del film di “andare oltre gli effetti facili”, sottolineando la sua umanità delicata e la performance di Di Stefano e Merlonghi, definita “rivelatrice”. Testate culturali hanno definito il lavoro di Gabbriellini “pieno di personalità e contenuto”, elogiando la scelta di focalizzarsi sul “prima” della tragedia, più che sul “dopo”.

Riflessioni sul futuro del genere

Questo progetto dimostra che è possibile trattare temi di cronaca reale senza cadere nel sensazionalismo, indicando una nuova strada per il cinema d’autore italiano. L’approccio di Gabbriellini, che mette in primo piano la vita dei protagonisti rispetto al crimine stesso, può fungere da modello per future trasposizioni di opere investigative, dove la dignità umana rimane al centro della narrazione.

Scritto da Edoardo Marchesi

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