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Giorgio Pasotti lancia Sotto a chi tocca, commedia nera 8 ottobre

Scopri il gioco psicologico che trasforma un colloquio in una lotta alla sopravvivenza.

Il prossimo 8 ottobre si apre la stagione autunnale dei cinema italiani con Sotto a chi tocca la terza opera al regia di Giorgio Pasotti. Il film, prodotto da Adler Entertainment, è una trasposizione cinematografica della piece spagnola Il metodo Grönholm di Jordi Galceran, già montata a teatro da Pasotti nel 2004.

Con una distribuzione nazionale e una campagna di comunicazione che punta sulla tensione psicologica, la pellicola si posiziona come un thriller psicologico che mette in luce le dinamiche più crude della competizione nel mercato del lavoro.

Il concept di Sotto a chi tocca: un esperimento di lavoro estremo

La storia si sviluppa in una singola stanza, dove sei persone, tutte in cerca della stessa posizione dirigenziale, vengono chiuse a chiave da una misteriosa multinazionale.

Le prove che gli organizzatori impongono sembrano a prima vista assurde: giochi di ruolo, quiz impossibili e scenari di abuso di potere. Il vero obiettivo, però, è costringerli a scoprire chi tra loro sia la talpa dell’azienda; chi resta nella stanza ha la possibilità di aggiudicarsi il posto, chi abbandona è fuori dal gioco. Il meccanismo ricorda un gioco psicologico dove ogni mossa è monitorata e valutata.

Il cast e le dinamiche di potere nella stanza chiusa

Il gruppo di attori è composto da volti noti del panorama cinematografico italiano: Giorgio Pasotti stesso, Rocco PapaleoGiovanna MezzogiornoStefano FresiGiacomo Giorgio e Linda Messerklinger. Ogni personaggio porta con sé una storia di ambizione, insicurezza e desiderio di riconoscimento. L’attore Stefano Fresi interpreta un giovane neolaureato che, nonostante la sua inesperienza, dimostra una spietata volontà di vincere; Giacomo Giorgio è invece il cinico praticante di giochi di potere. Le tensioni scaturiscono non solo dalla gara per il lavoro, ma anche dalle alleanze temporanee che rapidamente si trasformano in tradimenti, creando un clima di paranoia permanente.

Scelta della location: Torino

Le riprese sono state effettuate nella sede industriale di Torino, scelta per la sua architettura fredda e impersonale, che riflette la distanza emotiva tra i partecipanti. Pasotti ha voluto sfruttare l’ambiente per accentuare la formalità che, dietro la cortesia, nasconde una feroce competitività. Le lunghe sequenze in piano sequenza, girate quasi in presa reale, conferiscono al film un ritmo teatrale, ma con la precisione della regia cinematografica.

Tematiche sociali e il messaggio di Pasotti

Nel corso di una conferenza stampa Pasotti ha dichiarato che il film pone la domanda: quanto siamo autentici quando la nostra vita dipende da un’impressione? Il regista vede in Sotto a chi tocca una critica al mondo del lavoro contemporaneo, dove la precarietà si è trasformata in una vera e propria emergenza sociale. La competizione è così estrema che i valori di lealtà e solidarietà vengono messi a tacere. La presenza di una talpa all’interno del gruppo diventa una metafora delle insicurezze che permeano ogni ambiente professionale.

Produzione e post-produzione: la sfida di mantenere la tensione

Il processo di montaggio ha richiesto una cura maniacale: le decine di pagine di dialogo sono state tagliate per mantenere alta l’attenzione del pubblico, scegliendo con attenzione se inquadrare il soggetto che parla o quello che ascolta. La colonna sonora, composta da suoni metallici e pulsazioni ritmate, amplifica la sensazione di claustrofobia. Pasotti ha sottolineato che la parte più ardua è stata la post-produzione, dove la musica e il ritmo sono stati modellati per rendere l’intero film un esperimento di resistenza psicologica.

Con Sotto a chi tocca Pasotti intende offrire al pubblico non solo un intrattenimento, ma anche una occasione di riflessione su quanto la ricerca del successo possa trasformare le persone in concorrenti spietati. La pellicola promette di suscitare discussioni sul futuro del lavoro, sulla dignità dei lavoratori e sulla necessità di fermarsi e dire “no” a una competizione che diventa distruttiva.

Scritto da Susanna Riva

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