Werner Herzog torna alla narrativa con Bucking Fastard un film che rielabora la vicenda reale delle sorelle Freda e Greta Chaplin e la trasforma in un racconto sospeso tra realtà giudiziaria e immaginario sotterraneo. La scelta di affidare le due sorelle alle interpretazioni di Kate e Rooney Mara crea una rappresentazione in cui il soggetto psicologico è distribuito su due corpi, spingendo lo spettatore a riconsiderare nozioni semplici come identità, desiderio e responsabilità.
La pellicola si muove su tre set distinti ma collegati: la sala di tribunale, l’appartamento dove si manifesta la quotidianità delle protagoniste e la montagna che diventa oggetto di scavo e trasformazione. Attraverso questa triangolazione Herzog costruisce un arco narrativo che alterna rigore formale e momenti di forte evocazione visiva, ricorrendo spesso a uno zoom fotografico rigoroso e a inquadrature che isolano i volti e i gesti in modo quasi liturgico.
La costruzione dell’io collettivo: le gemelle come soggettività unica
Al centro del film c’è l’idea che Jean e Joan — i nomi fittizi con cui Herzog rielabora Freda e Greta — non siano due individui separati ma una soggettività distribuita. Questo dispositivo narrativo sposta l’attenzione dal percorso classico di formazione dell’individuo alla dinamica del noi con conseguenze radicali sulla rappresentazione del desiderio e della colpa. Le sorelle parlano spesso all’unisono, agiscono in sincronia e finiscono per innamorarsi dello stesso uomo, una scelta che mette in crisi le letture tradizionali del conflitto amoroso.
La performance delle attrici è calibrata per rendere credibile questa unione: non si tratta di una mera imitazione gestuale, ma di una sincronizzazione emotiva che evita la gratuità e punta a una forma di alterità condivisa. La macchina da presa intercetta questa simbiosi accentuando i dettagli, i silenzi e i momenti in cui la loro voce sembra sovrapporsi: un espediente che rende palpabile il tema centrale del film.
Processo, isolamento e rigetto sociale
Una delle scene cardine è la sequenza processuale, dove il linguaggio cinematografico di Herzog diventa più asciutto e contundente. La parola che vacilla in aula diventa emblema del malinteso collettivo: la società osserva e giudica un rapporto che non sa interpretare. In quei passaggi emerge con forza l’idea che la modernità sia spesso incapace di gestire forme estreme di alterità, ricadendo in meccanismi di esclusione piuttosto che di comprensione.
La regia utilizza il tribunale per mettere a fuoco tensioni e ambiguità: lo zoom e il controllo dello spazio scenico trasformano il processo in un palcoscenico morale, dove la percezione pubblica plasma l’esito emotivo delle protagoniste. Questo segmento iniziale e centrale del film è tra i più riusciti per chiarezza visiva e incisività tematica.
Risonanze lynchiane e il tema delle gemelle
Accanto alla tradizione herzogiana — fatta di ossessioni, esplorazioni e figure mal comprese — il film contiene rimandi all’immaginario di altri autori, in particolare a elementi che ricordano un certo cinema di David Lynch. La presenza delle gemelle come figura moltiplicante dell’identità ha un’eco perturbante che attraversa alcune sequenze e contribuisce a creare un senso di straniamento controllato.
La ricerca del varco: scavo, grotte e ritorni al sottosuolo
Il terzo atto trasferisce l’azione nella montagna, dove il movimento narrativo cambia direzione: se in Fitzcarraldo l’azione mirava a trascendere verticalmente l’ostacolo, qui Herzog sceglie la perforazione orizzontale. Le sorelle scavano per cercare una via d’accesso verso un mondo immaginato, un atto simbolico che unisce l’amore condiviso alla volontà di creare uno spazio proprio oltre il rifiuto esterno.
Le sequenze nelle grotte fungono da richiamo poetico a opere precedenti del regista e rappresentano il momento in cui la visione onirica si fa più intensa: qui la cinematografia si avvicina a un registro quasi documentario di tipo esplorativo, ma sempre al servizio di una tensione narrativa che non si lascia ridurre a semplice metafora. Il finale in grotta, evocativo e suggestivo, restituisce al pubblico la misura dell’ossessione herzogiana per il confine tra mondo conosciuto e dimensione sotterranea dell’immaginazione.
Pur con qualche calo di ritmo nella parte centrale, il film mantiene una coerenza tematica che lo colloca dentro il canone del regista: una riflessione sulla diversità, sul rifiuto sociale e sulla possibilità di trovare un proprio spazio di esistenza. Bucking Fastard emerge quindi come opera che conferma la curiosità per l’impossibile e la capacità di trasformare una vicenda reale in una meditazione filmica potente.
