Un viaggio nel mondo minimalista di Tizza Covi e Rainer Frimmel che segue Al Cook, un musicista che incarna la resistenza alla scomparsa di luoghi e memorie
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La nuova opera di Tizza Covi e Rainer Frimmel è in concorso a Berlinale76 e osserva la disgregazione di un microcosmo personale e urbano. Il film segue la figura di Alois Koch, noto come Al Cook, descritto come «il più solo della città». La regia adotta un approccio sul confine tra documentario e finzione per coniugare autenticità e struttura narrativa.
Alois Koch è un musicista che vive in una casa colma di cimeli, dischi e ricordi. Gli oggetti presenti nello spazio domestico rappresentano la sua identità artistica e personale. La narrazione privilegia l’osservazione minuta, puntando su dettagli che rivelano la progressiva perdita di punti di riferimento.
La narrazione privilegia l’osservazione minuta, puntando su dettagli che rivelano la progressiva perdita di punti di riferimento. Il film documenta la lenta dissoluzione di un ambiente urbano e il tentativo di un singolo di resistere a forze economiche più ampie. Al, ultimo condomino di un palazzo destinato alla demolizione, subisce pratiche come la sospensione delle utenze e proposte economiche mirate a convincerlo ad andarsene. La regia adotta uno sguardo misurato. Oggetti quotidiani — poster, vinili, videocassette — diventano testimonianze materiali di un passato resistente.
In questo quadro il blues assume valore simbolico e pratico. Non è solo un genere musicale, ma orizzonte immaginario e bussola esistenziale per il protagonista. La colonna sonora e i piccoli gesti associati alla musica orientano le scelte e sottolineano l’alienazione prodotta dalla gentrification. Il risultato è un ritratto intimo che collega memoria individuale e trasformazione urbana, lasciando aperto lo sviluppo dei conflitti sociali rappresentati.
Il film prosegue il ritratto intimo collegando memoria individuale e trasformazione urbana con una scena centrata su un singolo interprete. Alois/A. Cook interpreta una versione di sé: non si tratta di un biopic ma di una messa in scena di memoria e abitudine. La recitazione coglie l’umorismo viennese e mantiene un distacco che evita l’autocommiserazione. Tale scelta rende il personaggio credibile e umano.
La costruzione filmica somiglia a un quasi one man show, dove l’assenza di un contraltare accentua la sensazione di isolamento. Ogni apparizione sonora e ogni brano contribuiscono a delineare l’eco di una storia personale che guarda oltreoceano pur restando radicata a Vienna. Anche la cover di Love In Vain di Robert Johnson partecipa a questo tessuto sonoro, rafforzando i richiami tra memoria privata e spazio urbano.
La sequenza sonora prosegue il tessuto tematico avviato precedentemente, collegando la cover di Robert Johnson alla fisicità degli spazi. La Vienna ritratta appare svuotata e in transizione. Le Gasthaus chiudono, i club ospitano platee ridotte, le scale mostrano il degrado. I registi trasformano questi scenari in una serie di microstorie che raccontano sparizioni urbane e memorie collettive. Gli esperti del settore confermano che l’attenzione agli interni è un espediente narrativo consolidato per esplorare il rapporto tra individuo e città.
L’uso di oggetti personali popola gli ambienti e crea una forma di museo domestico. Il valore sentimentale degli oggetti diventa motore della narrazione: valigie, chitarre e fotogrammi suggeriscono passaggi di vita. Questa scelta stilistica accentua il contrasto tra passato e presente e mette in luce la perdita di funzioni comunitarie negli spazi urbani. Il racconto si concentra così su tracce materiali che testimoniano trasformazioni sociali attese nei prossimi sviluppi della città.
Il film prosegue la riflessione sulle trasformazioni urbane mostrando ricordi privati e spazi condivisi. Usa sequenze d’archivio personale, interviste e ricostruzioni per sfumare il confine tra realtà e finzione. Questa scelta consapevole struttura la narrazione in modo sospeso ma concreto. Il dispositivo narrativo permette alla regia di far emergere l’archivio interiore del protagonista: ricordi d’amore, momenti sul palco e suggestioni musicali. La regia predilige un linguaggio visivo asciutto e misurato, che evita l’ornamento gratuito. Ne deriva un film che vive di piccole illuminazioni, capaci di collegare la memoria individuale alle trasformazioni sociali osservate in città.
Il film prosegue la riflessione sulle trasformazioni urbane con toni lievi e intermittenti momenti di ironia. Tuttavia emerge con chiarezza un dolore sottostante legato alla perdita della compagna e alla fine di un ciclo personale. Le sequenze mantengono un registro misurato. Gli sguardi restano attenti ai meccanismi speculativi che condizionano l’esistenza dei protagonisti.
Nonostante la dimensione dolorosa, la vicenda lascia spazio a un barlume di possibilità: il biglietto per il Sud degli Stati Uniti, il ricordo del Delta del Mississippi e l’idea di un viaggio come possibile rinascita. Così The Loneliest Man in Town si presenta come racconto di resistenza morale e fedeltà a un’idea di musica che rifiuta la moda effimera. Il film valorizza il valore intimo e duraturo dell’arte e propone il viaggio come dispositivo narrativo per rinnovare l’esistenza.
A partire dal viaggio narrativo delineato prima, il film conferma un equilibrio tra tenerezza e lucidità critica. L’opera valorizza la presenza del reale tramite una messa in scena controllata, che preserva la verosimiglianza senza rinunciare a scelte stilistiche misurate. Come nelle precedenti opere del duo, la regia riattiva memorie sopite e restituisce centralità a un mestiere ormai marginale. I motivi musicali, infine, fungono da filo conduttore: i «diavoli del blues» continuano a suonare, offrendo uno sguardo sul presente e sul lavoro che resiste.