Il volto di Massimo Bonetti è uno di quelli che resta nella memoria non tanto per l’esibizione, quanto per il modo in cui occupa lo schermo: con sguardi, pause e silenzi che pesano quanto le battute. In una lunga conversazione telefonica, interrotta più volte per impegni di lavoro, ho potuto apprezzare non solo l’attore, ma anche l’uomo dietro la figura pubblica: disponibile, garbato e profondamente professionale.
Questi elementi guidano il racconto della sua carriera, che attraversa generi e incontri decisivi.
La sua filmografia recente lo vede in progetti come L’invisibile filo rosso di Alessandro Bencivenga, accanto a Lello Arena e Ornella Muti, e in Gli anni del padre di Stefano Veneruso, un lavoro internazionale scritto da Anna Pavignano. In questa panoramica emerge un artista che sceglie spesso con il cuore, mettendo al centro la credibilità del personaggio e una recitazione misurata che raramente spiega il ruolo: lo abita.
Inizi e primo impatto con il cinema
Il percorso di Bonetti verso il cinema non è nato da un progetto pianificato: da ragazzo era più attratto dal calcio che dalle platee. La storia racconta di un provino per La steppa di Alberto Lattuada, in cui giunse in finale ma non fu scelto. Lattuada, ironicamente, rimarcò quei «lampi di furbizia» negli occhi che non si addicevano al personaggio. A 17 anni rifiutò una proposta per Fellini Satyricon perché ancora deciso a giocare a pallone.
In maniera quasi rocambolesca, invece, si ritrovò sul set dei poliziotteschi con Umberto Lenzi e poi con Sergio Citti in Casotto, film che lo mise a contatto con un cast straordinario.
Teatro e apprendistato
La svolta teatrale arrivò con La tempesta diretta da Giorgio Strehler al Piccolo Teatro di Milano: Bonetti interpretò Ferdinando in una stagione che lo portò fino a Los Angeles, New York e Parigi. Qui conobbe attori come Tino Carraro e Giulia Lazzarini, vivendo un’immersione totale nel mestiere. Senza una formazione classica alle spalle, la sua esperienza fu fatta di osservazione e pratica continua, una vera formazione sul campo che lo proiettò poi verso i fratelli Taviani (con cui lavorò in La notte di San Lorenzo e Kaos) e verso la televisione con lo sceneggiato Storia d’amore e d’amicizia.
Incontri e collaborazioni decisive
Nel corso degli anni Bonetti ha costruito legami professionali importanti: Pupi avati lo scoprì in modo curioso durante un provino che valutava anche la capacità di palleggiare, e con Avati nacque un rapporto di stima e affetto. Sul grande schermo incrociò poi Ugo Tognazzi, di cui conserva ammirazione e rispetto: osservare Tognazzi sul set era per lui un vero insegnamento. Tra le scommesse careerali vanno menzionati film come Il lupo di Stefano Calvagna, progetto in cui Bonetti si trasformò fisicamente e psicologicamente per il ruolo: una scelta coraggiosa che gli valse attenzione critica e pubblica. Parallelamente, rimane il rimpianto per La settima onda, opera sparita dalla circolazione nonostante il trailer ancora esistente.
Montesano, Nuti e il carattere sul set
Le dinamiche umane sul set sono parte della vita di un attore: su Enrico Montesano Bonetti restituisce un ritratto di persona attenta e talvolta permalosa, ma sostanzialmente corretta. Il rapporto con Francesco Nuti e la questione della competizione artistica emergono invece soprattutto dai ricordi: secondo Bonetti il dualismo riportato nelle autobiografie nasce più da Nuti che da Troisi, che lui descrive come poco incline alla rivalità. Ogni incontro sul set è stato per Bonetti un’occasione di scambio e di crescita, anche quando richiedeva nervi saldi e adattamenti fisici impegnativi.
Il rapporto con Massimo Troisi e i ricordi di gruppo
La relazione con Massimo Troisi è centrale nel racconto: i due si conobbero in un campo da calcio e da lì nacque un’amicizia che durò anni, fatta di cene, partite e scambi quotidiani più che di lunghe discussioni di lavoro. Bonetti racconta che Troisi gli offrì il ruolo di Orlando in Le vie del signore sono finite, un ruolo «cucito addosso» dal regista, e smentisce voci di screzi legate a Lello Arena. Nel gruppo che gravitava attorno a Troisi si mescolavano figure come Anna Pavignano e Jo Champa: il clima era quello di complicità e leggerezza che spesso si traduceva in aneddoti memorabili.
Un episodio che resta nella memoria è l’incontro con Diego Armando Maradona a casa di Troisi dopo la partita Roma-Napoli del 1986: quella serata, con Andrea Carnevale e Edinho tra gli ospiti, è uno dei tanti flash che raccontano l’intreccio tra vita privata e cinema in quegli anni. Oggi Bonetti guarda a quel periodo con affetto e ritiene che molti degli ultimi progetti in cui è coinvolto portino ancora l’eco di quelle amicizie.
Progetti recenti e riflessioni sull’arte
Nel presente Bonetti continua a scegliere ruoli che lo stimolano: in L’invisibile filo rosso e in Gli anni del padre si ritrovano legami con l’eredità artistica di Troisi attraverso registi e autori che hanno frequentato quel mondo. Ha affrontato la sfida di recitare in inglese sul set internazionale del film di Veneruso, testando la sua memoria come strumento fondamentale del mestiere. A chi lo definisce un attore silenzioso risponde con il metodo: la sua recitazione privilegia il sottotesto, le pause e il controllo, elementi che rendono i personaggi estremamente credibili. Al di là del set, Bonetti rimane una persona apprezzata per la gentilezza e la disponibilità, qualità che spiegano perché colleghi e registi continuino a chiamarlo per progetti diversi e spesso ambiziosi.