Peter Jackson premiato a Cannes: dal cinema splatter a Il signore degli Anelli

Peter Jackson racconta, con autoironia e concretezza, come da ragazzo della Nuova Zelanda arrivato con Bad Taste ai grandi set sia nato un percorso che unisce artigianato, tecnologia e pop

Il 13 maggio 2026, al Festival di Cannes, Peter Jackson ha ritirato la Palma d’oro alla carriera e ha passato quasi due ore in una masterclass dove ha smontato con ironia la propria immagine pubblica. Di fronte a un pubblico attento — con Elijah Wood presente in sala e la conduzione del giornalista Didier Allouch — il regista ha alternato ricordi personali, aneddoti da set e osservazioni sul rapporto tra cinema popolare e grandi platee.

La lezione non è stata un elogio formale, ma piuttosto una conversazione franca: Jackson ha rievocato gli inizi fatti di VHS, pellicole di serie B e mattinate passate a montare effetti sanguinolenti artigianalmente. L’immagine del regista in pantaloncini, che lo aveva accompagnato al suo primo approdo cannoise, è diventata simbolo di una carriera che non ha mai dimenticato l’origine «da cameretta» del suo mestiere.

Dalle origini allo splatter artigianale

Jackson ha raccontato come l’horror sia stata la porta d’ingresso naturale per i giovani filmmaker: pochi mezzi, tanta creatività e la possibilità di sperimentare. Ha definito la sua estetica iniziale con una parola ironica, «splatstick», un mix tra la commedia fisica del muto e il grand guignol sanguinolento. In questo contesto film come Bad Taste e Braindead diventano esempi di artigianato cinematografico: trucchi pratici, gag fisiche e soluzioni improvvisate che, secondo lui, hanno creato un linguaggio visivo diretto e immediato.

Influenze e immaginario personale

Nella sua infanzia Jackson cita l’ossessione per il King Kong del 1933 e programmi come Thunderbirds come momenti rivelatori che hanno acceso la sua voglia di fare film. L’amore per autori e creature popolari convive con la fascinazione per artisti come Buster Keaton, la cui fisicità ha ispirato l’approccio comico anche alle sequenze più splatter. Quando anni dopo ha diretto il suo King Kong, ha realizzato un cerchio simbolico: l’orgoglio di trasformare quelle immagini di infanzia in cinema professionale.

Tra epica, improvvisazione e innovazione tecnica

Parlando del progetto monumentale de Il signore degli Anelli, Jackson ha ammesso che una buona parte della forza di quei film nasceva dall’ignoranza iniziale: «non sapere abbastanza da avere paura» gli ha permesso di lanciarsi. Ha descritto la nascita di Gollum come un processo sperimentale: una voce che si è trasformata in presenza fisica sul set grazie alla necessità di dare agli altri attori un riferimento concreto, segnando un passaggio fondamentale per il moderno motion capture.

Routine quotidiane e tensioni del set

Jackson ha svelato le paure private che precedevano le giornate di lavorazione: mattine di ansia, dubbi tecnici e la necessità di mostrarsi risoluto davanti a un esercito di collaboratori. Ha spiegato come il ruolo del regista includa anche la capacità di accogliere proposte e farle proprie, facendo apparire naturali soluzioni nate collettivamente. Questo atteggiamento, a suo dire, è stato cruciale per dirigere produzioni molto complesse con centinaia di persone.

Tecnologia, consenso e progetti futuri

Sull’intelligenza artificiale Jackson si è espresso con pragmatismo: la considera «un altro effetto speciale», utile ma soggetto a regole. Ha messo l’accento sull’importanza del consenso, sottolineando che non si può usare l’immagine di qualcuno senza autorizzazione. Sul fronte dei progetti, ha confermato che il sequel de Tintin è in fase di scrittura insieme a Fran Walsh: un’idea che torna dopo anni e che, per Jackson, rappresenta l’opportunità di ritornare a un cinema di avventura e di cuore.

Alla chiusura della masterclass è rimasta impressa l’idea che, nonostante la statura internazionale e i premi, Jackson si senta in fondo il ragazzo che una volta è stato scacciato dal Marché perché in pantaloncini: un simbolo di autenticità che continua a guidare il suo modo di fare cinema tra gag, innovazione tecnologica e grande ambizione narrativa.

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Martina Marchesi

Martina Marchesi ha guidato la squadra che ha coperto il piano urbanistico di Firenze, sostenendo una linea editoriale basata sull'analisi documentale. Vicedirettrice, porta un dettaglio personale riconoscibile: una mappa manoscritta dei rioni fiorentini nella sua agenda.