Analisi del nuovo film di Hong Sang-soo presentato a Berlinale 76: una struttura episodica in bianco e nero che esplora la ripetizione, il ritorno di un'attrice e la contemplazione dell'effimero.
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The Day She Returns, presentato nella sezione Panorama della 76ª Berlinale, conferma la direzione estetica di Hong Sang-soo: una progressiva sottrazione degli elementi superflui per mettere al centro la forma stessa del racconto. Il film adotta il bianco e nero e una struttura episodica per scandagliare la quotidianità e le piccole contraddizioni dell’esistenza.
Protagonista è un’attrice interpretata da Song Sunmi che torna in scena dopo anni di pausa. La narrazione si concentra su una giornata di incontri ripetuti e apparentemente simili, dai quali emergono stratificazioni di senso grazie alla tecnica della ripetizione e alla reiterazione di dettagli come il cibo, il fumo e le conversazioni a tavola.
Il film è organizzato in cinque capitoli. I primi tre si svolgono quasi interamente in un ristorante e mostrano tre interviste condotte da giornaliste diverse. Il dispositivo funziona come un laboratorio sul dialogo e sulla memoria: ogni colloquio ripropone gli stessi argomenti con varianti minime che, sommate, rivelano nuove sfaccettature della protagonista.
Song Sunmi dà corpo a una figura segnata dal ritiro e dal divorzio, elementi che orientano le domande più che la discussione sul lavoro. Le conversazioni partono spesso da dettagli quotidiani — un caffè servito da un cuoco tedesco in una gestione coreana, birra e salsicce — e si trasformano nello specchio delle resistenze e delle aperture dell’intervistata. Piccoli gesti come accettare o rifiutare una birra segnalano tratti caratteriali e memorie.
La ripetizione non è mera reiterazione stilistica, ma una lente che ingrandisce contraddizioni e spostamenti emotivi. Nel quarto episodio la scena si sposta in una classe di recitazione frequentata dalla protagonista, dando l’impressione di allontanarsi dalla circolarità degli incontri al ristorante. Il quinto episodio rivela tuttavia che il testo recitato in classe riproduce i dialoghi già uditi, condensandoli in una mise en scène che evidenzia la natura performativa della memoria.
Con questo stratagemma Hong costruisce una sorta di meta-finzione: il film mostra il meccanismo della rappresentazione mentre lo esercita. L’atteggiamento del regista è metodico: piccole variazioni, prove ripetute e improvvisazioni controllate sono gli strumenti per ottenere una verosimiglianza che nasce dalla rielaborazione. Il regista non spiega, ma mostra come parole e gesti possano mutare significato attraverso la ripetizione.
L’opera raccoglie molte delle ossessioni di Hong: l’artista protagonista, il cibo come rito sociale, il fumo come pausa riflessiva, l’uso di zoom e campi stretti. Privati di una trama lineare, questi elementi assumono valore simbolico e consentono di contemplare il transitorio senza forzature. La raccomandazione che la protagonista rivolge ai giovani — amare se stessi — suona come un suggerimento praticabile più che come un precetto morale.
La scena finale, che mostra la protagonista in un attimo di chiarezza vicino a un ruscello, non propone soluzioni definitive. Restituisce però la possibilità di osservare le cose nella loro fragilità, coerente con l’idea centrale dell’opera: non ancorare l’effimero a una verità assoluta, ma lasciarlo esistere nella sua bellezza instabile.
Marco Santini, ex Deutsche Bank e analista fintech, osserva che il film rappresenta una sintesi radicale della poetica di Hong Sang-soo: un cinema che riduce la narrazione ai suoi elementi essenziali per esplorarne le pieghe emotive. Chi cerca trama e colpi di scena potrebbe restare deluso; chi privilegia la variazione sottile di toni e comportamenti troverà un esercizio di stile che, nella sua apparente semplicità, offre una visione coerente e profonda dell’arte del regista.