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3 Novembre 2026

The Wolves of War: Gwynne tra folclore slavo e dolore

John Gwynne reinventa il proprio mondo narrativo con The Wolves of War: una storia ispirata al folclore slavo, guidata da emozioni personali e dalla figura di Halia.

The Wolves of War: Gwynne tra folclore slavo e dolore

John Gwynne arriva con un romanzo che sposta lo sguardo verso territori più oscuri rispetto alle sue saghe precedenti: The Wolves of War fonde elementi di fantasy con un registro più vicino all’horror attingendo al ricco serbatoio del folclore slavo. L’opera è pensata come una storia compatta in due volumi, entrambi completati dall’autore, e propone un punto di ingresso più contenuto per i lettori nuovi rispetto alle serie epiche che lo hanno reso noto.

Accanto all’aspetto mitologico, il libro ha una radice profondamente personale: il personaggio centrale, Halia, nasce come tributo alla figlia dell’autore. Gwynne spiega che l’intento non è scrivere un testo esclusivamente incentrato sul lutto, ma creare una celebrazione dei tratti che più gli sono rimasti impressi, inseriti in una vicenda familiare e bellica.

Struttura ridotta e ritmo più serrato

La scelta di costruire una trilogia breve — in realtà un arco narrativo di due libri — cambia la natura del racconto: storia più compatta, cast ridotto e ritmo accelerato rispetto alle saghe estese. Gwynne stesso osserva che si tratta di “un buon punto di partenza” per chi non ha familiarità con il suo lavoro: “I think The Wolves of War is a really good starting point; It is a shorter series, only two books, and both are finished; The story I think is tighter, more focused and so a little faster paced than my other series.” Questo approccio mantiene gli elementi tipici dell’autore — battaglie, corpi guerrieri, tensione politica — ma li concentra in un perimetro narrativo più definito, favorendo una progressione più immediata degli eventi.

Worldbuilding guidato dalla scoperta

Gwynne racconta di amare la fase iniziale del progetto in cui si scopre chi popola il mondo, quale tono assumono le città e la natura, e quali creature sono credibili in quel contesto. Questo processo rende il worldbuilding parte integrante della narrazione anziché un prologo enciclopedico, permettendo al lettore di apprendere le regole del mondo insieme ai personaggi.

Folclore slavo e ambiguità delle creature

La ricerca dell’autore ha portato alla riscoperta di divinità e spiriti slavi come Perun, Mokosh, Veles, oltre a figure popolari come rusalka, leshen, domovoi e upir. Tra queste, la figura che ha stimolato maggiormente Gwynne è Baba Yaga, il cui ruolo mitico non è semplicemente malvagio: nei racconti tradizionali la sua natura è spesso ambivalente, capace tanto di crudeltà quanto di aiutare un eroe. Come nota l’autore, “As I dove deeper into the folklore around her, she is surprisingly ambiguous, even sometimes helping heroes to complete their quest.”

Questa ambivalenza è essenziale per il tono del romanzo: piuttosto che separare netti confini tra mito e terrore, Gwynne sposta l’attenzione sulle possibilità più inquietanti che la mitologia offre. Lo definisce così: “Horror really is fantasy just moved a little along the line, focusing a little sharper on the creatures and sometimes humans and the awful things they can do.”

La foresta come presenza

Nel libro il bosco non è solo uno sfondo pittoresco ma assume la funzione di presenza minacciosa: ombre che si muovono, suoni amplificati e la sensazione di essere osservati trasformano il paesaggio in un elemento quasi personificato. L’autore afferma infatti che, visto il riferimento al folclore slavo, “the forest is almost a character in its own right”, elemento che amplifica la tensione e contribuisce alla matrice horror della storia.

Halia: un personaggio nato dal dolore e dall’amore

Al centro di tutto c’è la famiglia: la storia parla di legami che resistono in tempi oscuri e mette Halia al centro come figura capace di incarnare forza, fragilità e potenzialità magiche. Gwynne chiarisce il suo intento emotivo: “This book is written as a tribute and celebration of my daughter. It is not a book that is all about grief, although grief is in it.” La scelta di non ridurre il romanzo al solo lutto consente di mantenere la calda centralità dei rapporti familiari, mentre la magia di Halia serve più come strumento di identità e autonomia che come semplice rimedio alla sua condizione.

La genesi di questo progetto è direttamente legata al dolore personale: dopo la perdita della figlia alla fine del 2021, l’autore promise alla moglie che, se fosse riuscito a scrivere ancora, il prossimo libro sarebbe stato ispirato da lei. Questo libro è quel passo: una prova di ritorno alla scrittura e insieme un modo per custodire ricordi attraverso la fiction.

In sintesi, The Wolves of War si presenta come un’opera in bilico tra avventura epica e introspezione emotiva, capace di offrire sia un accesso più breve e concentrato all’universo narrativo di John Gwynne sia un’esperienza che mescola il fascino del folclore slavo con la potenza del racconto familiare.

Autore

Susanna Riva

Susanna Riva osserva Bologna dalla finestra dell’Archivio di Stato dove una volta ha passato una settimana a consultare faldoni sulle cooperative cittadine: quel documento segnò la scelta editoriale di approfondire responsabilità istituzionali. Tiene linea critica nella redazione, amante del caffè lungo e del taccuino sempre pieno.