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Žižek analizza pornografia, horror e politica durante la mostra di Venezia

Žižek svela come il porno hardcore e i film horror rivelino il confine tra fantasia e realtà, dalla Venezia Film Festival alle parole di Trump.

Durante la Mostra del cinema di Venezia, il filosofo sloveno Slavoj Žižek ha partecipato a una tavola rotonda inedita, moderata dalla regista Sophie Fiennes. L’incontro, concepito come intervista esclusiva, è degnalmente mutato in una lunga discussione, trasmessa in un form di circa 18 minuti per la redazione di Nocturno.

Al centro della conversazione c’è il nuovo capitolo della trilogia “The Pervert’s Guide to Utopias” dove Žižek unisce la sua analisi marxista e lacaniana a temi di pornografia, horror e potere politico.

Žižek e il nuovo capitolo di “The Pervert’s Guide” a Venezia

Il film, presentato in anteprima veneziana, si propone di smascherare le illusioni utopiche della nostra era mediatica, attraverso una lente che combina cinema, musica e social network.

Durante la discussione, Žižek ha ribadito il suo amore per il genere horror considerandolo la chiave di lettura più adatta per descrivere la “follia socio-politica ed economica” attuale. La sua risposta, seppur articolata, ha iniziato dal punto più crudo: la pornografia hardcore, un mondo di regole più stringenti di qualsiasi altra forma di intrattenimento visivo.

Il porno hardcore: regole, sguardo femminile e la rottura della convenzione cinematografica

Žižek ha elencato quattro “manovre” tipiche del porno: “Fingi qualunque cosa”, “labbra serrate, duro lavoro, ci si concentra solo sulla produzione”, la noia visibile e il sorriso ironico “Ah ah, tutto qui quello che riesci a fare?”.

Secondo lui, la caratteristica più sorprendente è la rottura della consueta norma secondo cui l’attore non deve guardare direttamente l’obiettivo. Nel porno infatti solo la donna può fissare la telecamera, mentre finge l’orgasmo, trasformando lo spettatore in mero sguardo. In contrasto, il vecchio porno tedesco invertiva la dinamica: l’uomo diventava l’oggetto, mentre la donna, spesso ritratta con tatuaggi da marinaio, veniva soggettivizzata in modo inquietante. Žižek sostiene che l’identificazione avvenga non con il corpo maschile, ma con il proprio sguardo mentre il partecipante maschile diventa un semplice strumento.

Horror, finzione e desiderio: collegamenti con la politica e la cultura contemporanea

La giornalista Eva Wiseman ha osservato che il vero profondo della depressione non risiede nel porno stesso, ma in un suo sottogenere: i film che mostrano il dietro le quinte. In tali produzioni, la telecamera è distante, inquadrando l’intero set e rivelando un uomo che, davanti a una donna reale, non riesce a mantenere l’erezione e chiede l’iPhone per accedere a Pornhub. Žižek utilizza questo esempio per affermare che la sessualità moderna è spesso una masturbazione assistita da un partner dove la fantasia rimane separata dal gesto reale. Lo stesso principio si applica all’horror: il piacere nasce dalla consapevolezza che ciò che vediamo è finzione. Un aneddoto storico racconta di una scena di battaglia in cui i cavalli venivano uccisi realmente; la rottura dell’illusione rende la visione insopportabile, dimostrando che il brivido dipende proprio dalla distanza dalla realtà.

Il filosofo ha poi toccato la sfera politica, citando un discorso di Trump su Mohammed bin Salman, dove il presidente ha usato un linguaggio crudo e volgare. Per Žižek, questo linguaggio “sporco” dei leader è un sintomo della “decadenza” culturale: il confine fra chi sogna mostruosità e chi le mette in atto si assottiglia. Nei casi più estremi, ha riferito di fenomeni in Sudafrica dove, dopo la fine dell’apartheid, è nato un termine specifico per descrivere lo strangolamento o l’accoltellamento di una donna durante il rapporto, con una frequenza di tre-quattro episodi al giorno. Questa proliferazione, afferma, rende la linea tra fantasia perversa e atrocità reale sempre più sfumata.

Infine, Žižek ha celebrato la maestria dei classici produttori horror, citando Val Lewton, il pioniere degli anni Quaranta che sapeva terrorizzare senza mostrare sangue. Un esempio emblematico è la scena della madre che sente urla dietro la porta: il sangue che filtra fuori dal telaio, invisibile ma immaginato, è più orribile di qualsiasi immagine esplicita. Per lo studioso, questo è il cuore dell’horror contemporaneo: la sottrazione la capacità di suggerire piuttosto che mostrare, che attiva l’immaginazione e rende l’esperienza più intensa.

Scritto da Susanna Riva

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