Il progetto Ferine ha impiegato più di un decennio per passare da un’idea incipiente a una produzione completa. Il regista, un operaio senza formazione accademica, cominciò a nutrire la voglia di fare cinema intorno al 2015, ispirato da un breve cortometraggio girato nel 2010 intitolato Non nel mio giardino. Da quel punto di partenza, l’obiettivo era chiaro: esplorare il cannibalismo al di fuori dei soliti contesti tribali o di sopravvivenza.
Il percorso è stato segnato da tappe fondamentali: la presentazione dello script in bozza al Milano Film Network nel 2017, l’incontro con produttori italiani e la realizzazione di un corto titolare, Ferine, nel 2019. Il corto, proiettato alla Settimana Internazionale della Critica (SIC) a Milano, ha catturato l’attenzione di EDi Effetti digitali italiani, che ha avviato il finanziamento del lungometraggio.
Dal primo corto al lungometraggio: la svolta del 2019
Il corto Ferine non è una mera riduzione del futuro film, ma una dimostrazione concettuale della storia. Con protagonista soltanto Anna Della Rosa, la narrazione si concentra su una famiglia selvaggia, lasciando spazio a luoghi ricorrenti come la villa, il bosco e il centro commerciale. La sua proiezione a Cannes, nell’ambito di Frontiers, e a Tallinn, nell’European General Format, ha mantenuto vivo l’interesse degli investitori, nonostante il lungo periodo di attesa.
Scelta del cast internazionale e decisione linguistica
Girare Ferine in lingua inglese è stata una scelta strategica dettata sia dai produttori sia dalla volontà del regista di ampliare il panorama di attori disponibili. Carolyn Bracken e Caroline Goodall sono state introdotte dal casting director londinese Manuel Puro, dopo che la regista aveva notato la performance di Bracken in You Are Not My Mother. Il dialogo in inglese è giustificato nella sceneggiatura: i personaggi sono stranieri presenti in Italia, il che consente loro di alternare tra italiano e la propria lingua madre, similmente a quanto avviene in Bastardi senza gloria.
Il processo di casting
Entrambe le attrici hanno ricevuto la sceneggiatura, partecipato a incontri video di due ore e poi discusso approfonditamente il loro ruolo. Bracken ha dimostrato una preparazione così accurata da interiorizzare il personaggio prima ancora di firmare il contratto, stipulato nove mesi prima delle riprese. La presenza di attrici di alto profilo ha conferito al progetto una professionalità non comune per una prima opera d’autore.
Finanziamento, sviluppo e le riprese del 2024
Dopo il cortometraggio, il regista ha negoziato un accordo con EDi, che ha inserito il progetto nella propria divisione di sviluppo cinematografico. È stato necessario attendere sei anni prima che il produttore riuscisse a reperire i fondi, mentre la sceneggiatura veniva riscritta nel 2020. Il lavoro di sviluppo è proseguito partecipando a mercati internazionali, consolidando così il piano di produzione.
Le riprese sono state infine avviate nel 2024, completate in quattro settimane con un ritmo serrato. Il regista descrive il periodo come un “incubo di resistenza fisica e mentale”, dovuto alla necessità di conciliare le esigenze artistiche con il budget limitato. Nonostante le difficoltà, la troupe è riuscita a mantenere un’estetica curata, con inquadrature pulite e uno stile visivo elegante che si distingue dalla massa di produzioni low-budget.
Tematiche e filosofia della ferinità
Il nucleo narrativo di Ferine ruota attorno al concetto di ferinità, derivato dal latino “ferinae”, che indica l’appartenenza al mondo predatorio. Il regista ha voluto mostrare come il cannibalismo possa emergere da una crisi emotiva, ispirandosi a un incontro reale con una giovane senzatetto a Roma e a un documentario su una leonessa. Questo trauma funge da “trigger” per trasformare la protagonista Irene in una bestia, riflettendo la tensione tra razionalità e istinto animale.
Secondo l’autore, la ferinità non è solo regressione, ma anche una forma di libertà primordiale, una tematica che si intreccia con la critica sociale: chi mette “gabbie” ai personaggi è il vero antagonista, non la bestia stessa. Il film, dunque, invita lo spettatore a interrogarsi sul proprio lato selvaggio e su cosa significhi realmente essere liberi.



