Girato durante le ore notturne sui tetti di Tel Aviv, il film Naza mette al centro la parola che trasforma vittime reali in numeri: l’acronimo usato per indicare il danno collaterale. I registi Yuval Abraham e Rachel Szor autori anche di un precedente documentario premiato con un Oscar nel 2025, raccolgono per tre anni le confessioni anonime di 24 persone appartenenti o appartenute alle forze di intelligence e alle forze armate israeliane, ricostruendo le pratiche e le procedure che precedono gli attacchi aerei su Gaza.
La scelta estetica del film è funzionale alla sua accusa: volti oscurati, voci alterate digitalmente e un’atmosfera notturna che diventa il luogo narrativo dove si svelano procedure, algoritmi e decisioni tecniche. In questo contesto la parola — e il modo in cui viene usata nei sistemi militari — diventa oggetto d’indagine tanto quanto le macchine che individuano i bersagli.
Le testimonianze anonime e la ricostruzione dei sistemi di targeting
Nel corso delle interviste, i protagonisti descrivono procedure di sorveglianza, algoritmi di segnalazione e criteri che portano a stimare un numero previsto di vittime civili, definito nel film con l’acronimo NAZA.
I registi chiedono agli intervistati di disegnare su carta i sistemi tecnologici: il risultato è un paradosso visivo che mette in relazione la sofisticazione delle piattaforme hi-tech con semplici diagrammi a mano. Questo gesto mette a fuoco come il processo decisionale si traduca in punti su uno schermo e in numeri che orientano operazioni letali.
Intenzionalità, procedure e interpretazione dei dati
Una delle accuse centrali del film riguarda l’intenzionalità: se il numero di civili attesi viene calcolato e registrato prima di un attacco, sostiene il documentario, molte uccisioni non sarebbero incidenti ma esiti prevedibili e accettati.
NAZA solleva interrogativi sul rapporto tra intelligenza artificiale big data e diritto internazionale umanitario, mettendo in luce il rischio che il principio di distinzione tra combattenti e civili venga sovvertito dalle regole impresse nei software di targeting.
Forma, riferimenti storici e ricezione pubblica
La struttura formale del film rifiuta l’esposizione esplicita della violenza e preferisce il fuori campo: ciò che non si mostra diventa più potente, come avvenuto in recenti esempi cinematografici che hanno scelto l’orrore suggerito piuttosto che quello documento. Alla partitura sonora contribuisce la compositrice Mica Levi il cui lavoro sottolinea la tensione di immagini che sembrano tranquille ma sono cariche di minaccia. I registi, cittadini israeliani con legami personali alla memoria dell’Olocausto, hanno affrontato con cautela i riferimenti storici e la sensazione di dover guardare in faccia la propria società. Nel film torna spesso l’idea che la deumanizzazione passi anche attraverso il linguaggio tecnico e burocratico.
Presentato in Concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove ha ricevuto il Premio Speciale della Giuria il documentario ha poi debuttato nelle sale italiane in un evento limitato dal 28 al 30 settembre 2026. La risposta del pubblico è stata molto più ampia del previsto: oltre 60.000 spettatori nella sola giornata d’esordio e un incasso di 451.872 euro che hanno portato il film in vetta al box office italiano, spingendo le sale a prolungare le proiezioni oltre i tre giorni inizialmente programmati.
Reazioni politiche e culturali
Il contenuto e l’origine delle testimonianze hanno suscitato reazioni forti nel dibattito pubblico: il film è stato contestato da esponenti politici e ha aperto un confronto sulla libertà di espressione, sulla critica interna a istituzioni nazionali e sul ruolo del documentario come forma di inchiesta. I registi hanno difeso la scelta di mostrare le pratiche e non di trasformare il lavoro in un ritratto psicologico dei testimoni, spiegando che lo scopo era mantenere l’attenzione sulle vittime e sui meccanismi che le rendono possibili.
Dal punto di vista cinematografico, Naza si pone a cavallo tra giornalismo d’inchiesta e cinema sperimentale: nasce da indagini documentali condotte negli anni e si serve del linguaggio filmico per espandere la portata della verità investigativa, puntando a mettere in crisi le parole che normalizzano la violenza. Con una durata di 80 minuti, la regia è firmata da Yuval Abraham e Rachel Szor; la produzione coinvolge JW Films e tra i produttori figura James Wilson, con Jonathan Glazer in veste di produttore esecutivo.
Che lo spettatore condivida o meno le posizioni degli autori, Naza impone una domanda essenziale: quanto pesa il linguaggio tecnico nella possibilità di negare o giustificare un massacro? Il film sfida quella comodità verbale che derubrica la morte a termine amministrativo e invita a leggere, nel presente, gli schemi che hanno già fatto parte della storia.
