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7 Novembre 2026

Se domani non torno e l’assenza del colpevole diventa un messaggio

Il film di Paola Randi affronta il femminicidio di Giulia Cecchettin senza mai mostrare il carnefice, per denunciare una cultura patriarcale più larga.

Se domani non torno e l’assenza del colpevole diventa un messaggio

Il 5 novembre è arrivato nelle sale italiane Se domani non torno, opera della regista Paola Randi ispirata al libro Cara Giulia di Gino Cecchettin. La pellicola ripercorre gli ultimi giorni di Giulia Cecchettin, giovane ingegnere biomedica scomparsa nell’ottobre 2023, ma decide di non ricostruire la scena del delitto né di inquadrare l’assassino. L’obiettivo è spostare il fulcro narrativo dalla figura del singolo responsabile a un’indagine più ampia sulla violenza di genere e sulle radici culturali che la sostengono. Questa scelta, audace e deliberata, ha suscitato dibattiti sia tra i critici cinematografici sia tra gli attivisti.

L’assenza deliberata dell’assassino

Nel film non compare una sola immagine di Filippo Turetta, né il suo nome viene pronunciato una sola volta. Questa decisione nasce dal libro di Gino Cecchettin, dove l’assassino rimane sempre invisibile, per evitare che la violenza venga ridotta a un caso isolato. La regista ha spiegato che, mostrando il colpevole, si rischia di creare la falsa sensazione che “l’incubo è altrove” e di sollevare tutti gli altri da una responsabilità condivisa. Così, la mancanza di un volto diventa una metafora visiva della società che, pur riconoscendo la colpevolezza individuale, fatica ad ammettere la propria parte nella cultura patriarcale che nutre tali atti.

Una famiglia al centro della denuncia

Il racconto prende forma attraverso la quotidianità dei Cecchettin: Gino, padre vedovo e ingegnere informatico, interpretato da Filippo Timi, i tre figli Elena, Giulia e Davide, e la nonna. La narrazione dipinge la routine di una famiglia ordinaria – colazione, lezioni di tango, preparativi per la laurea di Giulia – prima che la tragedia interrompa tutto. Dopo la scomparsa, la telecamera segue gli orari frammentati di Gino, le telefonate disperate, le ricerche nei boschi del Friuli, e la crescente tensione emotiva. Il dolore privato si trasforma in impegno pubblico, quando la famiglia decide di non chiudersi in sé stessa ma di parlare apertamente del trauma.

Elena Cecchettin e il passo verso l’attivismo

È Elena, la sorella maggiore, a guidare il passaggio da vittima a voce critica. Attraverso interviste televisive e post sui social, Elena rifiuta la definizione di “mostro” per l’assassino e lo descrive come “figlio sano della società patriarcale”, evidenziando così il ruolo sistemico della cultura machista. Le sue parole, cariche di lucidità e coraggio, hanno catalizzato l’attenzione dei media, trasformando la casa dei Cecchettin in un punto focale del dibattito nazionale. Il film riporta fedelmente queste dichiarazioni, mostrando come la voce di una sorella possa accendere una discussione più ampia sulla responsabilità collettiva.

Il film come strumento di riflessione culturale

Randi ha voluto creare qualcosa di diverso dai tradizionali gialli o thriller criminali. Invece di enfatizzare la ricerca del colpevole, il film concentra l’attenzione su chi resta, su come il vuoto lasciato da Giulia si traduca in una presenza costante – un posto vuoto a tavola, un vestito incolto, una stanza che conserva l’odore della sua assenza. Questo approccio invita lo spettatore a interrogarsi su come la cultura patriarcale si manifesti nei gesti più banali della vita quotidiana. La sceneggiatura, scritta da Randi e Lisa Nur Sultan, utilizza dialoghi contenuti ma incisivi, lasciando spazio al silenzio per far emergere la gravità del tema.

Impatto e prospettive future

Fin dalle anteprime a Roma e a Bologna, Se domani non torno ha generato un dibattito acceso su come il cinema possa contribuire alla lotta contro la violenza di genere. Critici e spettatori hanno elogiato la scelta di non spettacolarizzare l’assassinio, sottolineando che il film riesce a trasformare un trauma personale in una chiamata all’azione collettiva. Gino Cecchettin spera che i giovani, guardando il racconto, riconoscano il proprio ruolo nella trasformazione sociale e diventino “agenti di cambiamento”. Il film, pur restando ancorato a una vicenda reale, si pone come testimonianza duratura di come l’assenza possa parlare più forte di qualsiasi immagine.

Autore

Chiara Lombardi

Chiara Lombardi, critica cinematografica con accrediti ai principali festival (Venezia, Roma), firma recensioni e analisi su film, registi e tendenze del grande schermo con rigore e passione per la settima arte.