Tinto Brass nasce a Milano ma cresce tra le calli di Venezia, in una famiglia legale: suo padre, Alessandro Brass, è un noto penalista veneziano allievo di Francesco Carnelutti. Il giovane assorbe l’amore per la precisione giuridica e l’attenzione ai dettagli, ma fin da subito mostra una predilezione per i giochi di parole e i calembours che segneranno la sua poetica visiva. Dopo aver completato gli studi a Padova e a Ferrara, nel 1957 presenta una tesi sui rapporti di lavoro nella produzione cinematografica, già segno di un futuro lontano dalle aule di tribunale.
Il percorso giuridico e l’ingresso nella Cinémathèque di Parigi
Appena conseguita la laurea, Brass si trasferisce a Parigi, dove la Cinémathèque de Paris lo accoglie per tre anni come archivista e conservatore. Qui perfeziona le tecniche di montaggio, strumento che diventerà una delle pietre angolari del suo linguaggio cinematografico. L’ambiente della Cinémathèque, fondato da Lotte Henriette Regina Eisner e da Henri Langlois, funge da vivaio di idee: Brass entra in contatto con i protagonisti della Nouvelle Vague, tra cui Truffaut, Godard e Chabrol, assorbendo la loro concezione di cinema come esperimento e manifesto.
La tesi del 1957 e il lavoro di archivista
Il lavoro di archivista gli consente di scandagliare filmati storici, affinando la capacità di ricomporre immagini come pezzi di un puzzle narrativo. Questa esperienza si riflette nella sua prima opera sperimentale, un corto muto in bianco e nero di cinque minuti, Spatiodynamisme (1958), realizzato in 16 mm per la Cinémathèque. Il film, dedicato all’opera cinetica di Nicolas Schöffer, dimostra la sua abilità nel coniugare ritmo, movimento e concetto astratto.
Il contatto con la Nouvelle Vague e i primi esperimenti filmici
Il 1959 segna un punto di svolta: Brass collabora con Roberto Rossellini nella post-produzione di L’India vista da Rossellini. Lavora al montaggio nella notte, nell’attività notturna dello studio di Cartier-Bresson, mentre il regista si dedica all’intervista con l’indiana che ha portato con sé. Questa esperienza lo avvicina ulteriormente al mondo della regia, preparando il terreno per i suoi primi progetti autonomi in Italia.
Spatiodynamisme (1958) e la collaborazione con Henri Langlois
Il corto di cinque minuti, prodotto sotto l’egida di Langlois, rappresenta il primo segno tangibile della fusione tra rigore intellettuale e spirito di rottura. Brass utilizza il montaggio in modo ipertestuale, superponendo immagini di macchine in movimento a suoni metallici, anticipando il suo futuro interesse per la sinergia tra forma e contenuto.
La poetica dell’erotismo e le riflessioni su Eros e Thanatos
Fin dagli esordi, Brass si distingue per una visione provocatoria del corpo. Una sua affermazione celebre recita: “Il culo è lo specchio dell’anima”, sostenendo che il sedere è l’“anciconcezionale per eccellenza” e che il suo tocco è ottimista per il benessere psicologico. Quando gli viene chiesto di commentare il binomio Eros–Thanatos, risponde con veemenza: “Binomio, dualismo, copula, sineresi, appunto: Eros et Thanatos, e non quell’orrenda assimilazione che si fa oggi, per cui Eros è Thanatos! Balle, frottole, panzane!” Per Brass, la fusione dei due concetti è un sofisma culturale che censura la sessualità e la trasforma in una “macchina di follia”.
Dalla sperimentazione al cinema commerciale: i film che hanno segnato l’evoluzione
Nel 1963, grazie all’aiuto del produttore Moris Ergas, Brass dirige In capo al mondo, primo passo verso la realizzazione di opere più narrative. L’anno successivo nasce Ça ira (1964), un film-montaggio che analizza il fallimento delle rivoluzioni del XX secolo, con la frase memorabile “il fiume della rivolta scorre di solo sangue”. Queste opere mostrano già la sua fissazione per il potere come archetipo ricorrente.
Negli anni Settanta, Brass rompe definitivamente con la sperimentazione pura: Salon Kitty (1976) e Caligola (1979) combinano scenari storici, intrighi politici e pin-up erotici, pur mantenendo una critica al potere. Dopo un periodo di “incertezza” con film meno riusciti, La chiave (1983) segna l’avvento di una nuova fase: la narrazione diventa più giocosa, l’erotismo è trattato con leggerezza, e le tematiche di Thanatos si dissolvono, lasciando spazio esclusivamente a Eros. Da quel momento, la colonna sonora, la scenografia e la recitazione si uniformano in un linguaggio riconoscibile, ben lontano dai primi film di avanguardia.



