Il 4 novembre 2026 il mondo del cinema perde uno dei suoi più scomodi protagonisti: Tinto Brass. Nato a Milano il 26 marzo 1933, il regista ha attraversato sei decenni di storia cinematografica, segnando in maniera indelebile il genere dell’erotismo italiano. Il suo decesso, avvenuto a Roma dopo una lunga malattia, chiude un capitolo cruciale della cultura pop, ma la sua opera continua a vivere nei dialoghi, nei volti e nei decenni di censura superata.
Gli inizi di Tinto Brass: da Milano alla Cinémathèque
Giovanni Brass, come fu registrato alla nascita, proveniva da una famiglia con radici artistiche e giuridiche a Venezia. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Ferrara, si trasferì a Parigi, dove entrò a far parte dell’archivio della Cinémathèque Française. Immerso nella Nouvelle Vague, assorbì l’energia rivoluzionaria delle immagini e decise di dedicarsi al cinema. Tornato in Italia, divenne aiuto regista per Alberto Cavalcanti e collaborò con maestri come Roberto Rossellini e Joris Ivens, formandosi in un ambiente di sperimentazione che avrebbe poi caratterizzato la sua poetica visiva.
Il passaggio all’erotismo: La chiave e la nascita delle donne Brass
Il vero punto di svolta avvenne nel 1983 con La chiave, adattamento del romanzo di Tanizaki. Con Stefania Sandrelli nella parte principale, Brass dimostrò che il sesso poteva essere veicolo di cultura, sensualità e coraggio estetico. Da quel momento, la sua filmografia si orientò verso la liberazione sessuale delle protagoniste femminili: Miranda (1985), Paprika (1991) e Monella (1998) sono solo alcuni esempi di donne che, attraverso il desiderio, sfidano le convenzioni sociali. Il regista non cercava la volgarità ma una forma di provocazione poetica, usando il corpo come campo di battaglia ideologico.
Le tecniche visive di Brass
Il suo marchio di fabbrica comprende inquadrature a basse angolazioni, l’uso di specchi infiniti e il celebre zoom ironico sul corpo femminile. La sua telecamera, spesso a mano, si muoveva intorno alle attrici come in una danza, rendendo il dettaglio una sorta di protagonista secondario. Tali scelte stilistiche hanno definito il cosiddetto “tintobrassiano”, un linguaggio che, pur restando nel territorio dell’erotismo, conserva una rigorosa disciplina di composizione e luce, spesso calda e veneziana.
Eredità e impatto culturale: il maestro dell’irriverenza
Brass aveva una presenza scenica tanto marcata quanto le sue opere: sigaro acceso, sguardo malizioso e battute sempre a portata di microfono. Per lui, il sesso non era solo merce, ma politica, poesia e libertà. In un’intervista dichiarò: «Coi miei film non procuro soltanto erezioni, ma anche e soprattutto emozioni». Questa affermazione sintetizza la sua visione: l’erotismo come spazio di verità in una società che spesso ne nega la trasparenza. Il suo contributo ha aperto la strada a generazioni di registi e attrici che hanno trovato nella sua audacia il coraggio di esplorare temi tabù.
Con la sua scomparsa, il cinema italiano perde uno dei suoi ultimi irregolari, un artista che non ha mai chiesto il permesso di esistere. La sua opera rimane un riferimento per chi crede che l’arte debba sfidare il conformismo, trasformando il proibito in una forma di espressione autentica. Anche se il genere erotico ha subito mutamenti di gusto e mercato, la memoria di Tinto Brass continua a insegnare che la libertà sessuale, quando trattata con intelligenza e ironia, può diventare una delle più potenti forme di denuncia culturale.



