Al Lido di Venezia, nella notte del 12 settembre, il festival ha chiuso la 83ª edizione con un film che ha lasciato il pubblico tra il sorriso e la riflessione. Dio ride, opera di Giovanni Veronesi, è arrivato nelle sale italiane il 29 ottobre grazie a PiperFilm e rappresenta, dopo più di quarant’anni di attività, la prima presenza del regista sul red carpet veneziano.
Una trama ambientata nel Seicento ma dal messaggio attuale
La storia si svolge tra umbria e Toscana del 1652, quando la Chiesa deteneva un potere quasi assoluto e la peste minacciava le comunità rurali. Il protagonista, Leopoldo da Casamacchia, è interpretato da Pierfrancesco Favino con un accento toscano-umbro e denti scuri che gli conferiscono un’aria di frate fuori dagli schemi. Leopoldo decide di predicare il Vangelo come una festa di speranza, usando l’umorismo per avvicinare la parola di Dio alla gente comune, mentre l’autorità ecclesiastica mantiene il latino e il rigore dei rituali.
Il conflitto con il potere ecclesiastico
Il cardinale Vincenzo Maculani, interpretato da Silvio Orlando, è inviato dal Papa Innocenzo X per indagare sul nuovo approccio di Leopoldo. Maculani, pur mantenendo l’aspetto severo, si concede qualche gesto umano – fuma, legge romanzi, mantiene il suo cannocchiale – e diventa il contrappeso ideale a un frate che ride di Dio. Il loro scontro si trasforma, però, in un dialogo più che in un processo, evidenziando due concezioni opposte di autorità: una basata sulla paura del ridicolo, l’altra sulla fiducia nella libertà di espressione.
Interpretazioni e scelte stilistiche
Veronesi abbandona i ritmi serrati tipici delle commedie commerciali per una regia più misurata: la fotografia parte da tonalità oscure per accendere gradualmente la luce, accompagnando il viaggio interiore di Leopoldo più delle sue battute. La scenografia, fatta di calanchi, abbazie di pietra e costumi dell’epoca, crea un’atmosfera di autenticità che rende credibile il messaggio di fiducia e libertà. La performance di Favino evita il santino: il suo personaggio è puro ma non ingenuo, usa la risata come arma contro la paura, senza mai cadere nel moralismo.
Il ruolo della fede nella narrazione
Il film non si limita a raccontare un’eresia settentrionale; concentra l’attenzione sul significato più ampio di fede, intesa come fiducia negli altri e in se stessi. La sottotrama della contessa Isabella Del Debbio (Alma Noce) illustra la necessità di conquistare ogni giorno la propria libertà, anche quando i vincoli sociali sembrano insormontabili. In un finale toccante, il veterano Carlo Cecchi appare in veste di Papa Innocenzo X, chiudendo il cerchio tra tradizione e rinnovamento.
Le parole di Favino e la rilevanza contemporanea
In una recente intervista, Favino ha dichiarato che il film è “una storia di un uomo che sceglie di essere sé stesso fino in fondo, pagandone le spese” e ha sottolineato come i temi trattati siano “attualissimi, come se li avessimo girati indossando gli abiti di oggi”. L’attore ha inoltre evidenziato il valore del dubbio, definendolo una “forza, non una debolezza” che rende gli esseri umani migliori. Queste considerazioni confermano che, sebbene la sceneggiatura si ambienti nel Seicento, il messaggio di autenticità e coraggio sia universale.
Nel complesso, Dio ride si presenta come una delle proposte più sorprendenti del festival di Venezia. La combinazione di una regia consapevole, interpretazioni credibili e una riflessione sull’uso della parola – per unire o per controllare – lo rende un film capace di far ridere, commuovere e far riflettere, lasciando lo spettatore con la sensazione che, anche nel passato, Chi usa la parola per dominare è sempre stato in lotta con chi la usa per liberare.



