Quattro recensioni che guidano il lettore attraverso una commedia leggera, un adattamento di Camus, un promettente esordio e un tentativo comico di Bradley Cooper
Questa rassegna mette fianco a fianco quattro opere molto diverse ma unite dall’impegno di raccontare trasformazioni umane: dalla leggerezza con cui si affronta la fede alla durezza dell’alienazione, fino alla riscossa individuale e al tentativo di reinventarsi con la comicità. Ogni film sceglie un linguaggio preciso: commedia popolare, dramma filosofico, coming of age e commedia d’autore. Qui si cerca di spiegare perché ciascuno funziona o meno, tenendo insieme trama, scelte registiche e interpretazioni.
Leggeremo i punti di forza e i limiti di ciascun titolo, senza perdere di vista gli attori che portano in scena questi mondi e i registi che li guidano. L’analisi considera anche i temi ricorrenti come religione, immigrazione, corruzione e riappropriazione di sé, spiegando perché alcuni film risultano più convincenti di altri. Il tono sarà informativo ma critico, pensato per chi vuole scegliere cosa vedere al cinema.
Nel film «…Che Dio perdona a tutti» Pif mette al centro la vita di Arturo, un agente immobiliare palermitano interpretato dallo stesso regista-attore, il cui piacere quotidiano è consumare le delizie della pasticceria siciliana. L’ingresso nella sua vita di Flora, la pasticciera interpretata da Giusy Buscemi, introduce il nodo centrale: lei è una cattolica fervente, lui è un credente per consuetudine e cultura. La storia procede tra battute, passi falsi e momenti di tenerezza, affrontando però anche temi come immigrazione, mafia e ipocrisia politica. Il film colpisce per la sua grazia e per la capacità di parlare di fede senza moralismi, rendendolo adatto a un pubblico familiare.
La sceneggiatura gioca spesso con il catalogo delle paste siciliane — cassata, cannoli, cassatine — diventate quasi metafora di un desiderio di pienezza quotidiana. La presenza di Carlos Hipólito nei panni di Papa Bergoglio aggiunge un momento di struggente umanità. Il film non pretende di sorprendere con svolte narrative inedite: ciò che propone, però, è un registro piacevole e misurato che riesce a evocare emozioni con leggerezza. Voto: 6/7 per un prodotto delicato e ben calibrato.
«Lo Straniero» di François Ozon è un adattamento in bianco e nero del romanzo di Albert Camus che fa leva sulla freddezza esistenziale del protagonista, interpretato da Benjamin Voisin. Ambientato in Algeria nel 1938, il film riproduce la sensazione di estraneità del protagonista: la perdita della madre non sembra scalfirlo, come se tutto fosse regolato da una necessità naturale. Ozon costruisce un’opera che pesca riferimenti dal cinema di Bresson e Pasolini, alternando registri che vanno dalla contemplazione alla tensione processuale.
La sequenza dell’omicidio è fotografata con rigore: la lama, il riflesso del sole, il corpo sudato diventano elementi che raccontano più di qualsiasi spiegazione psicologica. Nella seconda parte, il confronto con un uomo di chiesa in carcere mette in scena due visioni inconciliabili: la distanza emotiva del protagonista e la richiesta di fede del religioso. Ozon dimostra padronanza visiva e rispetto per il materiale sorgente; il risultato è un film potente e misurato. Voto: 7.
Spostando l’attenzione verso percorsi di formazione, Marie-Elsa Sgualdo firma con «Lo sguardo di Emma» un debutto che mette al centro l’evoluzione di una ragazza quindicenne in una Svizzera attraversata dalla guerra. Emma, interpretata da Lila Gueneau, subisce uno stupro che la porta a una gravidanza: da quel trauma nasce però la possibilità di una nuova indipendenza. Il film costruisce il racconto attraverso gli occhi della protagonista, trasformando il suo sguardo in strumento narrativo e morale. Presentato a Venezia nella sezione Spotlight e distribuito da Trent Film, è un esordio promettente che punta sulle performance e sul controllo registico. Voto: 7.
Nel caso di «È l’ultima battuta?», diretto da Bradley Cooper, l’idea di far rinascere un cinquantenne attraverso la stand-up comedy ha potenziale emotivo ma cade per mano di una sceneggiatura debole. Will Arnett e Laura Dern interpretano una coppia che si separa e che prova a ricostruirsi: il protagonista trova una via di salvezza sul palco, ma i monologhi risultano poco ispirati e le storie collaterali scadono nel banale. Cooper sceglie un registro intimo e ravvicinato, ma il film manca della struttura narrativa e dell’energia necessarie per coinvolgere davvero. Voto: 5,5.
Queste quattro opere offrono uno spaccato interessante sulle direzioni che il cinema contemporaneo può prendere: dalla commistione tra sacro e quotidiano alla riflessione esistenziale, passando per la rinascita individuale e il rischio di una comicità ripetitiva. Se volete un film che conforti e faccia sorridere, il lavoro di Pif è una scelta sicura; se cercate immagini pensate per durare, Ozon riesce a lasciare il segno; per una protagonista che cresce davanti ai nostri occhi, puntate su Sgualdo; se invece aspettate scintille comiche intense, il tentativo di Cooper può deludere. 3 aprile 2026