dao di alain gomis recensione: migrazioni, riti e metafore

Una lettura critica di dao, film che usa il registro metaforico per raccontare la negoziazione continua della memoria collettiva e delle relazioni tra generazioni.

Dao di Alain Gomis è un film che si muove sul sottile confine tra documentario e fiction per parlare di famiglia, memoria e migrazione. Al centro dell’opera ci sono due momenti rituali — una festa nuziale in Francia e una commemorazione in Guinea‑Bissau — che si rispecchiano e si trasformano a vicenda, mostrando come usi e ricordi si spostino insieme alle persone.

Narrazione e stile
Gomis alterna con misura sequenze costruite e riprese osservazionali, preferendo tempi lenti che lasciano respirare le immagini. Il montaggio non punta a spiegare tutto, ma a collegare sensazioni: raccordi visivi e sovrapposizioni sonore intrecciano presente e passato, locale e diasporico. L’uso combinato di attori professionisti e non aggiunge spessore: la recitazione improvvisata restituisce naturalezza, le scene costruite sostengono invece l’ordito narrativo.

Temi e suggestioni
Al centro sta la negoziazione della memoria: un processo collettivo che si manifesta nei riti, nei gesti e nelle musiche.

Le celebrazioni raccontate nel film non sono soltanto performance; sono mappe affettive che riorganizzano l’appartenenza. Gomis costruisce Dao come una sorta di allegoria delle radici familiari e dei lasciti del passato coloniale, preferendo una struttura circolare che rifiuta la cronologia lineare a favore di iterazioni e ritorni.

Suono, montaggio, ritmo
La colonna sonora — spesso dominata da percussioni e motivi ripetitivi — è il collante emotivo dell’opera: quando il ritmo prende il sopravvento, l’attenzione sposta dal singolo al collettivo.

Il cross‑cutting collega istanti emotivi e temporali, producendo una percezione temporale fluida, talvolta onirica. Questa scelta funziona come dispositivo: crea continuità tematica più che narrazioni risolutive.

Riti, simboli e contrasti
La festa nuziale esplode in musica e movimento, ricomponendo il passato attraverso l’azione condivisa; la commemorazione cerca invece radici stabili nei simboli e nelle tradizioni. Mettendo fianco a fianco questi due poli, il film mostra come i riti possano essere strumenti di conservazione ma anche di trasformazione: la memoria si reinventa ogni volta che viene praticata.

Punti di forza e limiti
Dao colpisce per immagini potenti e per alcune sequenze corali di grande intensità, dove musica e partecipazione producono una fusione convincente tra finzione e realtà. Tuttavia la ripetizione di motivi simbolici e l’espansione della metafora a volte appesantiscono il racconto: la moltiplicazione dei segni può diluire l’impatto emotivo e rendere più faticoso seguire il filo principale. La lunghezza e l’ampiezza tematica richiedono allo spettatore un impegno che non sempre viene ricompensato da risposte nette.

Il rapporto tra verità e finzione
L’alternanza di interpreti professionisti e cittadini comuni crea un effetto ibrido che è senz’altro il cuore estetico del film. Quando i confini tra autenticità e costruzione si attenuano, emergono i momenti più riusciti: piccoli frammenti di vita che funzionano come prova di verità, incorniciati però da una regia consapevole.

Formazione e approfondimenti
Collegata all’uscita del film, la Scuola Sentieri Selvaggi propone alcune attività formative che possono interessare chi lavora o studia cinema: corso di montaggio con Adobe Premiere a Roma (inizio 18 marzo), laboratorio di suono in presa diretta a Roma (dal 16 marzo) e corso online di direzione della fotografia (dal 24 febbraio). I corsi combinano esercitazioni pratiche e analisi critiche, offrendo strumenti concreti per comprendere scelte registiche e tecniche simili a quelle messe in campo in Dao.

Conclusione
Dao è un film che privilegia l’esperienza sensoriale e la riflessione aperta più che le risposte definitive. Chi cerca immagini forti e riflessioni sul senso di comunità nella diaspora troverà molto da esplorare; chi invece preferisce trame compatte e chiaramente argomentate potrebbe avvertire una certa dispersione. Restano, in ogni caso, sequenze di grande potenza visiva che meritano di essere viste e discusse.

Scritto da Roberto Conti

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